«La mafia sta perdendo terreno per questo è più aggressiva»
di Salvo Fallica*
In questa intervista ripresa da “L’Unità”, Il vicepresidente degli industriali dichiara: «In Sicilia c’è una frattura forte fra chi si oppone alla criminalità e chi invece non sopporta di aver perso spazi»

La Sicilia è divisa fra chi ha ancora nostalgia del passato e chi lotta per il cambiamento. Vi è una Sicilia clientelare, assistenziale, disposta a fare patti con chiunque, anche con la criminalità organizzata, e dall’altro lato vi è una Sicilia innovativa sul piano etico che si batte per lo sviluppo dell’isola».

Così il vicepresidente nazionale di Confindustria, Ivan Lo Bello, commenta l’allarme lanciato dal Procuratore di Caltanissetta, Lari, che ha evidenziato che vi è in atto in Sicilia una campagna di delegittimazione della battaglia contro la mafia. Ed ha anche sottolineato che vi è il rischio di nuovi attentati. Lo Bello che assieme ad Antonello Montante lanciò proprio da Caltanissetta, la battaglia di Confindustria Sicilia per la legalità, riprendendo il suo ragionamento aggiunge: «Per capire meglio cosa accade nell’isola, occorre comprendere che vi è un atto una frattura forte fra chi si oppone al clientelismo, alla corruzione ed alla mafia, e chi invece non sopporta di aver perso spazi e luoghi del potere. Faccio un esempio: il rinnovamento dei consorzi industriali ha scatenato un conflitto forte e pesante, perché quando si avviano processi di cambiamento e di modernizzazione si vanno a colpire interessi consolidati. Interessi di chi non riesce e non vuole confrontarsi con il libero mercato e le regole».

Anche mettendo in dubbio la dignità di persone che ogni giorno rischiano la vita nella lotta per la legalità? Quali poteri visono dietro?

«Vi è un grumo formato da un pezzo di economia malata, di borghesia mafiosa, di malapolitica e criminalità organizzata che punta alla delegittimazione di una intera battaglia di legalità, perché capisce di star perdendo terreno. Molte delle cose che questi hanno realizzato in passato agendo contro il bene della collettività, rischiano di non poterle più realizzare. Utilizzano la tecnica della delegittimazione perché è più efficace, una tecnica che la mafia ha utilizzato tante volte in passato: indebolisce l’avversario, lo isola e poi lo colpisce. Oggi con gli strumenti sofisticati della tecnologia, con i blog, i social media, è più semplice calunniare».

Un oscenario inquietante…

«Non v’è dubbio, la mafia è sempre stata attenta al consenso. Ma sta perdendo terreno, ha subito duri colpi da parte dello Stato, che ha mandato in Sicilia molti dei suoi uomini migliori: magistrati, esponenti delle forze dell’ordine. Molti clan sono stati sgominati, ed accanto alla repressione vi è stata e vi è una risposta sociale, i cittadini che lottano per la legalità, gli imprenditori che denunciano gli estorsori, molti giovani che con le loro associazioni culturali e di volontariato si battono nei territori. Importante anche il ruolo della Chiesa, l’ho detto e lo ribadisco, spero che l’iniziativa del vescovo di Acireale, monsignor Raspanti, di non celebrare i funerali ai boss che in vita non hanno mostrato alcun pentimento, venga ripresa da tutte le diocesi d’Italia, sarebbe un colpo durissimo per le mafie».

Perché chi non vuole il cambiamento ha alzato il tiro proprio adesso?

«Oltre che per le ragioni che ho già spiegato vi è anche una debolezza strategica della mafia. I mafiosi e coloro che fanno affari con la criminalità sono più deboli, hanno subito sconfitte, temono di perdere una parte del controllo del territorio. Non so se sono menti raffinate, sicuramente sono anche persone impaurite, il loro mondo rischia di indebolirsi. Dunque sono pericolose».

Crocetta in una intervista a l’Unità si è mostrato addolorato non solo per gli attacchi contro di lui ma anche per quelli ai movimenti antiracket

«Non voglio fare il dietrologo, ma non c’è dubbio che si sta manifestando un accanimento che sarebbe degno di miglior causa. Chi combatte la mafia non è un eroe, ma una persona che rivendica una Sicilia in linea con le miglior parti del Paese e vuole dare un contributo di innovazione».

Perché la mafia mantiene ancora un radicamento in molti territori?

«La questione è innanzitutto economica e sociale, il ruolo della mafia è di compressione del mercato, di distorsione delle regole. La mafia distrugge ricchezza, colpisce la collettività. E vi sono coloro che in maniera parassitaria costruiscono le loro rendite su questo furto alla collettività. Inoltre in Sicilia vi è una grande questione sociale, vi sono larghe sacche di povertà ed emarginazione soprattutto nelle grandi città metropolitane. In questa disperazione sociale i clan riescono a trovare manovalanza e consenso. Ecco perché un sano sviluppo è la risposta necessaria, e serve un grande sforzo a livello nazionale, regionale e locale. Bisogna non solo far rinascere urbanisticamente le periferie delle città, ma creare opportunità di lavoro per i molti disoccupati che vivono in questi luoghi. Occorre una vera formazione, non quella dei gravi scandali del clientelismo e della corruzione. Serve una istruzione fondata sul modello tedesco scuola-lavoro. Questo vale per l’intero Sud. Senza questo recupero l’Italia non tornerà a crescere armonicamente».

Può indicare un modello ai giovani del Sud?

«Senza alcun dubbio, l’astronauta Luca Parmitano. Un siciliano di Paternò che si è laureato in Scienze Politiche a Catania. È un doppio modello positivo, dimostra come ci si può formare positivamente in Sicilia e nel contempo perché unisce cultura umanistica, scienza e tecnologia. Una visione moderna della cultura».

 

*collaboratore de “L’Unità”



01/12/2013
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