Ricordo di Emilio Greco
Il grande artista nel ricordo di Antonio Di Grado

Giorni fa, leggendo il carteggio appena pubblicato tra due grandi scrittori e “moralisti” meridionali, Leonardo Sciascia e Mario La Cava, mi sono imbattuto in questi passaggi:

Sciascia a La Cava, 9 dicembre 1953, a proposito di un artista sfortunato: “La prossima volta che io e tu ci ritroveremo a Roma, lo porteremo un po’ con noi. C’è Greco che dovremmo fargli conoscere, per tante ragioni. Tu sai quanto è buono”.

La Cava a Sciascia, 23 giugno 1954: “A Venezia ho rivisto (…) il simpatico Emilio Greco, di cui ho molto apprezzato la semplicità e la bontà: per mezzo suo fui invitato a un pranzo ufficiale dato a palazzo Giustiniani in onore dei critici”. Ancora La Cava, il successivo 8 luglio: “A Venezia ho visto Emilio Greco, che mi ha fatto una grande impressione per la sua bontà e il suo equilibrio”.

Sciascia a La Cava, il 5 agosto: “Avrei tanto desiderio di incontrarmi con te. Tra giorni ci sarà l’occasione – solo che tu abbia voglia di venire a Catania, dove Greco mi aspetterà. (…) In salute non sto proprio bene, ma farò questa fatica per il piacere di rivedere due amici come te e Greco (anche Greco è un uomo buono – ed anche per lui la bontà è un handicap”. E quel buono, reiterato in ogni  lettera, ora addirittura lo sottolineava; e l’associava a uno svantaggio, a quella insostenibile pesantezza dell’essere meridionali, e perciò marginali, sottovalutati che è il tema dominante del carteggio con l’amico calabrese.

Buono, bontà: parole desuete, oggi che i mezzi hanno cancellato il fine, gli interessi hanno soppiantato i sentimenti e il cinismo legalizzato decreta la condanna del senso morale e dell’umano sentire, declassati con sprezzo a “moralismo” e “buonismo”. E forse inopportune oggi, quando siamo chiamati piuttosto a celebrare un grande artista e a trattare del valore dell’opera sua; ma quanto al nesso tra moralità e arte, mitezza ed estro, mi viene in mente un grande intellettuale siciliano, Giuseppe Antonio Borgese, che a proposito della propria opera scrisse d’aspira­re a un’unica lode: «che in nessuna mia pagina è fatta propaganda per un sentimento abietto o malvagio».

E tanto più mi vengono in mente il tratto garbato e perfino timido, il sorriso schivo dell’uomo Emilio Greco, quando ebbi la ventura di conoscerlo in occasione di quella consacrazione catanese da lui lungamente agognata; e accolta con gratitudine, nonostante le pigre e incolte amministrazioni di questa città ingrata gliel’avessero, a lungo, ottusamente negata. Mi viene in mente la sua gioia, al Teatro Massimo Bellini e nel Museo finalmente dedicatogli, la gioia dell’esule al rimpatrio, la gioia che manifestò ancora, giorni dopo, quando chiamò al telefono di casa mia raccontando ad Elvira la felicità di quel definitivo approdo. Poco dopo infatti scomparve, e il gonfalone della sua città sventolò nella chiesa romana dov’eravamo convenuti a salutarlo e a commemorarlo.

 

Con quel sorriso di fanciullo, con quelle stimmate di incancellabile “bontà”, Greco torna oggi a Catania come ragazzo si aggirava tra l’Ogninella e la Civita, tra villa Cerami e l’Antico Corso, chiudendo brancatianamente gli occhi alla violenza del reale e schiudendoli a un sogno d’ineffabile, incontaminata purezza. Ininterrotto, quel sogno che durò una vita intera, e gli ispirò i suoi capolavori di scultore, pittore, incisore intento a modellare le sue forme al tempo stesso opulente ed eteree su quella impalpabile materia che è il desiderio, è il ricordo, è il rimpianto.



14/10/2013
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