«La legalità è la condizione dello sviluppo»
di Salvo Fallica*
Salvo Fallica in questo articolo che abbiamo ripreso, dal quotidiano "L'Unità", intervista il procuratore capo della Repubblica di Catania, Giovanni Salvi: «La Sicilia sta cambiando ma la crisi rischia di farci arretrare. È fondamentale che lo Stato gestisca in modo imprenditoriale i beni confiscati alla mafia»

«Di fronte a tragedie immani come queste, con molte persone che per sfuggire ai drammi della guerra, della fame, tentano a tutti i costi di raggiungere le coste del Sud Europa, con gruppi criminali pronti a lucrare sulla loro disperazione, la risposta giudiziaria appare inadeguata». Con questo incipit il procuratore capo della Repubblica di Catania, Giovanni Salvi, commenta il nuovo dramma dei migranti nel mare che bagna Lampedusa. Salvi coordina anche su questo fronte una indagine giudiziaria in merito alla tragedia avvenuta ad agosto davanti alla Playa di Catania. Il procuratore chiosa: «Stiamo facendo dei passi avanti sul piano giudiziario, ma è importante che vi siano politiche di collaborazione fra l’Italia e gli Stati dai quali provengono i migranti».

In queste vicende vi sono infiltrazioni delle cosche mafiose?

«L’ipotesi che fra i basisti vi siano infiltrazioni mafiose non ha ancora trovato elementi di conferma».

Da procuratore in prima linea contro la mafia ha sempre messo in evidenza l’importanza della risposta sociale contro i clan.Come giudica la coraggiosa iniziativa del vescovo di Acireale che con un decreto ha deciso di negare i funerali ai boss mafiosi che non hanno mostrato alcun pentimento in vita?

«È una battaglia per la legalità che non solo ha un importante valore simbolico ma anche effettivo. Quella di monsignor Raspanti è una indicazione concreta verso il superamento della distinzione fra morale privata e morale pubblica, con la seconda che spesso è considerata a torto recessiva e minore. Credo che l’azione del vescovo abbia anticipato l’operato di Papa Francesco, che sta indicando più in generale, come una strada per la Chiesa, la ricerca di valori profondi piuttosto che gli orpelli e le formalità».

La Sicilia sta cambiando?

«È già cambiata e sta continuando a cambiare. Se si pensa alla Sicilia con la quale avevano a che fare le grandi figure della lotta alla mafia: da Chinnici a La Torre, da Falcone a Borsellino, e la si confronta alla situazione attuale, può dirsi che si sono raggiunti risultati straordinari. Purtroppo l’Italia difetta di memoria storica. Vi sono però dei rischi di regressione in una fase caratterizzata da una durissima crisi economica. Per questo da tempo mi batto e con risultati non sempre positivi, affinché lo Stato prenda in mano la questione della gestione dei beni confiscati alla mafia, in maniera tale che questi beni vengano gestiti in modo efficace, imprenditoriale. Se non si capisce questa priorità si finisce per dare l’immagine di una giustizia distruttrice dell’economia, mentre la legalità è l’unica condizione che può creare ricchezza in Sicilia».

Ivan Lo Bello ha messo in evidenza che il

tema della legalità deve essere prioritario nel dibattito pubblico. Qualè il suo giudizio?

«Lo Bello ha ragione, ma purtroppo in Italia il tema della legalità da molto tempo non è primario. L’impatto della illegalità diffusa sul sistema economico è enorme e il cattivo funzionamento della giustizia penale e civile è una delle prime cause di carenza di competitività del sud. Se non si crede agli studi della Banca d’Italia basta domandare a un qualunque imprenditore che abbia in animo di investire. Il tema di cui invece si discute è una singolare prospettazione del tema del conflitto tra politica e giustizia. Con una visuale paradossale che solo in Italia trova spazi di legittimità nel dibattito pubblico, quasi che fra pubblici ministeri, giudici e imputati vi fosse una sorta di parità».

Si entra così nel delicato ambito della riforma della giustizia.Qualè il suo pensiero su questo tema?

«Occorre fare una premessa: la riforma della giustizia non è la riforma del rapporto tra politica e magistratura. La riforma della giustizia dovrebbe essere utile a renderla più efficace e celere, una buona riforma potrebbe anche aiutare il Mezzogiorno d’Italia a diventare più competitivo».

Perché in Italia è così difficile affrontare il tema della riforma della giustizia?

«Guardi, non mi pare che in questo momento vi siano le condizioni per affrontare i grandi temi della giustizia in Italia».

Che cosa si può fare?

 

«Si può intervenire su cose piccole ma importanti, primi passi strategici verso una vera riforma. Ad esempio modificare il sistema delle notifiche. Nell’era del web abbiamo ancora i “camminatori” che vanno a fare le notifiche a mano, insomma manca solo il mulo e la trombetta per fare gli avvisi. Non credo sia un impegno particolarmente complesso innovare su questo punto. E ancora, bisogna evitare gli appelli dilatori volti a ottenere la prescrizione. Basterebbero piccole modifiche per scoraggiare le impugnazioni strumentali. Servono riforme concrete, come quella delle circoscrizioni. Va bene la revisione della spesa, ma vi sono settori, quali le risorse umane e le infrastrutture per la giustizia, sui quali investire».

 

* collaboratore de "L'Unità"



08/10/2013
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