La nuova sfida di Montalbano. Camilleri e i «meandri dell'anima»
di Salvo Fallica*
Riprendiamo una intervista di Salvo fallica per "l'Unità" ad Andrea Camilleri. «Il covo di vipere» l'ultimo libro su una storia di amore deviato e «i meandri dell'animo umano»

Il ritorno di Montalbano con «Un covo di vipere» il giallo e la sua chiave di lettura, i personaggi dei romanzi, la fiction televisiva, sono alcuni dei temi affrontati in questa intervista de l’Unità con Camilleri. Non solo letteratura e tv, lo scrittore di Porto Empedocle parla anche dell’Italia odierna, non nascondendo la sua preoccupazione e delusione per le difficoltà che il Paese attraversa. Ma come sempre coglie anche gli elementi positivi, e da siciliano appassionato della città etnea (non a caso vi ha fatto nascere il commissario Salvo Montalbano) non si esime dall’esprimere la sua contentezza per il ritorno della «Primavera di Catania», incarnata dal neosindaco di centrosinistra Enzo Bianco. 

Partiamo dalla narrativa, dal nuovo romanzo. In Un covo di vipere affronta un tema difficile come l’incesto.. Ha una funzione letteraria sic et simpliciter oppure ha voluto addentrarsi in altri meandri oscuri dell’animo umano? 

«Se avessi voluto addentrarmi nei meandri oscuri dell’animo umano non avrei scritto un romanzo poliziesco ma un romanzo incentrato sul personaggio di Giovanna, della figlia. Se ho scritto un romanzo poliziesco è perché mi piaceva mettere Montalbano in questo tipo di indagine». 

Come è nata l’idea di questa storia? 

«L’idea nasce da un vecchio soggetto che avevo scritto su un barbone ex chirurgo, un soggetto che non si realizzò. Però rimasi abbastanza legato a questo personaggio e quando mi tornò in mente mi posi una domanda: e se questo barbone fosse stato spettatore di qualcosa di terribile ma mai venuta alla luce? Ecco così è nata l’idea di Un covo di vipere». 

La struttura del giallo in questo romanzo ha il suo incipit nel delitto del ragioniere Barletta. Lo si può definire una incarnazione del male, anzi dell’ambiguità del male? 

«Sì ma anche della banalità del male». 

Il delitto ha paradossalmente due autori, chi lo avvelena e chi successivamente gli spara... 

«Certamente, sono entrambi degli assassini. Anche perché il secondo assassino ignora che spara su un cadavere, spara su un uomo vivo che ha intenzione di uccidere, quindi è in tutti i modi e in tutti i sensi un assassino». 

Montalbano man mano che indaga intuisce un fondo oscuro che lo atterrisce, è come un baratro dal quale vorrebbe allontanarsi. Eppure non fugge, anzi anche dinanzi ad ambiguità innaturali è come se si sforzasse di cogliere una piccolissima dimensione di umanità nella figura di Giovanna. Addirittura giunge a nascondere un biglietto inviatole dalla donna. Perché? 

«Perché riconosce che tra quei due c’è amore. Lo scrivo nell’ultima frase, perché il rapporto che lega Giovanna e il padre è un rapporto d’amore, sì deviato, ma sempre di amore. In rispetto a questo sentimento Montalbano eviterà a Giovanna l’umiliazione dell’arresto e dello svelamento del suo segreto». 

 

 

Ma il commissario nascondendo il biglietto di Giovanna, seppur per motivi umanitari, non è andato fuori dalle regole? Come risolve Montalbano tale questione etica? 

«Montalbano, come ho ripetuto diverse volte, è sempre da parte della giustizia, ma talvolta per arrivare al risultato, usa delle scorciatoie, degli sfonnapedi diciamo irregolari. Nel caso di Giovanna, l’aspetto umano ha forse prevalso sul rispetto delle regole. Ma, diciamo che non l’avrebbe mai lasciata in libertà, le ha solo permesso di uscire da questa storia il meno sporca possibile». 

Anche in questo romanzo Montalbano riflette su se stesso, e si accorge che alla partenza di Livia la «botta» di malinconia che lo coglie è molto più forte del solito. È solo timore della solitudine o vi è dell’altro? 

«No, anche qui è amore». 

Lei non si sottrae dall’esprimere il proprio pensiero politico, sociale, di recente ha anche pubblicato un libro con dei suoi interventi sull’attualità. Quale metafora utilizzerebbe per descrivere l’Italia odierna? 

«Gli interventi raccolti in Come La Penso, non sono tutti attuali. L’Italia odierna è in un momento di grande paralisi politica, economica e creativa e questo mi deprime sia come scrittore ma sopratutto come cittadino». 

Secondo un recente studio ben 800mila turisti l’anno vengono in Sicilia per i romanzi e le fiction su Montalbano. Che sensazione Le provoca tutto ciò? 

«Ecco, sono molto molto contento di questi dati, il connubio tra la mia scrittura e l’ottimo prodotto televisivo continua a portare risultati incredibili! Cosa aggiungere, spero solo che questo riporti all’estero un po’ di giustizia all’immagine della nostra Italia ormai così svilita». 

Montalbano nonostante viva a Vigàta è un catanese. Il protagonista della «Primavera di Catania», Enzo Bianco, ha vinto nettamente le elezioni amministrative nella città etnea. Qual è il pensiero di Montalbano? 

«Quello che pensa il commissario è detto chiaramente nei romanzi, perché fargli dire cose al di fuori dei romanzi?». 

Ed allora vediamo cosa ne pensa al riguardo Camilleri che ha sempre mostrato di apprezzare Catania. Più volte ha partecipato a grandi eventi culturali nella città etnea, la cita nei suoi romanzi... 

«Ne sono molto felice» 

 

*Giornalista de "L'Unità"



16/06/2013
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