Larghe le intese ma stretta è la via
di Nino Milazzo
Come di consueto, Nino milazzo ci invia una delle sue lucidissime analisi; in questo caso l'argomento è "lo strano compromesso" sulle larghe intese con l'incarico di premier a Enrico Letta.

 

Quanto durerà? E Che cosa produrrà? Ora che la duplice vacatio è stata superata con la rielezione di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica e la fiducia al governo di Enrico Letta, è inevitabile che ci si interroghi sul destino dello “strano compromesso” delle grandi intese, che ha messo fine, almeno per il momento, alla paralisi istituzionale protrattasi per circa due mesi dopo lo sciagurato esito tripartito del voto di febbraio.

Da che mondo è mondo, leggere il futuro è una pratica magica che confina con l’impostura: giusto rinunciarci. Tuttavia, se ci si accontenta di immaginare con approssimazione quel che ci aspetta a breve partendo da ciò che è appena accaduto, il tentativo di trovare una risposta plausibile ai dubbi e timori di questi giorni difficili può rivelarsi utile. La premessa da cui muovere, però, dev’essere questa: la situazione si presenta con un grado di eccezionalità tale da rendere ardua qualsiasi spiegazione e interpretazione dei fatti e del loro sviluppo.

Riepiloghiamo. È una novità senza precedenti che un capo dello Stato venga riconfermato al termine del suo settennato. È un evento quasi incredibile che due entità politiche, PD e PdL, che si erano fronteggiate e combattute con accanimento per vent’anni e che ultimamente sono state malvolentieri insieme – da “separati in casa” - nell’esperienza del governo dei tecnici, arrivino alla scelta consensuale di assumere una comune responsabilità di governo, includendo nell’operazione una terza forza, appena nata,quella che fa capo a Monti. È sbalorditiva la rinascita di un leader come Silvio Berlusconi che, quando aveva già imboccato mestamente il classico viale del tramonto, si è sollevato dalle ceneri del suo fallimento per riproporsi prepotentemente come ineludibile punto di riferimento con il quale tutti, proprio tutti, devono fare i conti. Ed è infine straordinaria la forza messa in campo dal giovane Movimento creato dal tandem Grillo-Casaleggio, che, come venuto dal nulla, in poco tempo è cresciuto tanto da scompaginare il consolidato assetto bipolare post-Tangentopoli irrompendo sulla scena politica con un blitz elettorale che ha fatto impennare il livello della protesta contro la recessione e contro il sistema.

Insomma, eccezionali fatti e protagonisti, eccezionale la crisi ed eccezionali gli strumenti per fronteggiarla: questo è il quadro. Ora abbiamo finalmente un governo, ma l’emergenza permane. E rischia di aggravarsi, se non interverranno rapidamente le soluzioni che servono per soddisfare alcuni bisogni e aspettative , quanto meno i più pressanti, di questo nostro Paese ormai stremato.

Il gesto di quello sciagurato che, arrivato a Roma per colpire un politico, un politico qualunque, ha sparato ai carabinieri di servizio davanti a Palazzo Chigi, proprio mentre al Quirinale il nuovo governo prestava giuramento nelle mani del capo dello Stato, è un avvertimento che non può essere sottovalutato. Ci hanno detto che si era trattato di un episodio isolato. E sarà pur vero. Ma è anche probabile che la rabbia e la disperazione dell’attentatore e la stessa banale vanità che gli viene attribuita non sarebbero esplose in quel modo violento e criminale se non avessero trovato l’innesco psicologico nelle tensioni e nell’odio che circolano nelle piazze e sul web. E attenzione, però: sarebbe intollerabile, in questo momento, aprire una caccia alle streghe, sollevando sospetti ingiustificabili e additando responsabilità improprie.

È in questa aspra realtà, è in questo clima di incertezza e nervosismo che l’ex democristiano Enrico Letta ha intrapreso la difficilissima navigazione del suo governo verso un approdo lontano e nebbioso. Prima di salpare ci ha indicato la rotta che intende seguire. I porti verso cui punta sono tre. Il primo è quello in cui dovrebbe e vorrebbe mettere a punto i mezzi necessari per alleviare la crisi economica e sociale che morde il Paese, prendendo di petto le situazioni più urgenti e pesanti (disoccupazione, fisco, ammortizzatori sociali, dramma degli esodati, aiuti ai senza reddito, sostegno alle aziende in difficoltà, rilancio industriale). Il secondo obiettivo, strettamente connesso col primo, è una radicale revisione delle politiche europee finora troppo ancorate al soffocante vincolo del rigore (donde i viaggi a Berlino, Parigi e Bruxelles come primi atti di governo del nuovo presidente del Consiglio). Terzo punto fondamentale, le riforme che da decenni attendiamo invano e che, però, non sono più rimandabili se si vuol finalmente rimuovere la causa dei mali (in primis la scandalosa legge elettorale brevettata Calderoli) che, minando le istituzioni e il sistema politico, generano l’inefficienza dello Stato e il malessere della società.

In queste condizioni, il cambiamento è diventato un passaggio obbligato. Ma sarà realizzabile? Nel suo discorso inaugurale, Enrico Letta ha offerto un vastissimo ventaglio di promesse. Siamo certi che non tutte potranno essere mantenute, sia perché non è chiaro dove e come sarà possibile reperire ( o inventarsi?) le risorse necessarie sia perché sarà molto difficile stabilire una piena convergenza fra le componenti della eterogenea coalizione che, obtorto collo, si è formata su suggerimento del Quirinale e alla luce dei risultati elettorali.

Un’altra incognita è rappresentata dalla fragilità di un contesto politico in cui le maggiori formazioni che lo compongono aspettano solo l’ora in cui potranno sciogliere l’innaturale rapporto che provvisoriamente le lega e in cui la golden share della stabilità è in mano a un solo uomo, Berlusconi, il quale, se lo ritenesse utile per sé e la sua parte potrebbe servirsene in qualunque momento, sapendo che i sondaggi lo hanno riportato largamente in cima alla graduatoria delle forze in campo. Insomma il discorso che Letta ha tenuto dopo avere ottenuto la fiducia somiglia a un programma di legislatura, ma, allo stato delle cose, è dubbio che il suo “governo di servizio” possa avere vita lunga, nonostante i numeri confortanti con cui le Camere lo hanno promosso. Del resto, lo stesso presidente del Consiglio ha fissato un limite: se entro diciotto mesi l’organismo sulle riforme che, verrà presto costituito e la cui presidenza è già stata prenotata da Berlusconi, egli «trarrà le dovute conseguenze».

Circostanza ancora più significativa: il conflitto già scoppiato sul tema dell’IMU. Letta ha annunciato la sospensione della controversa tassa sulla casa e la sua successiva rimodulazione. Berlusconi, che aveva messo al centro del suo programma elettorale la soppressione dell’IMU e addirittura il rimborso di quanto già versato dai cittadini, ora pretende che quell’impegno venga rispettato pienamente dal governo del quale il suo partito è uno dei partner. In caso contrario, il solito ineffabile Gasparri ci ha fatto saper che il PdL ritirerà l’appoggio appena concesso all’esecutivo delle larghe intese. Questo significa che al PdL non bastano le “generose” omissioni che Letta , nel suo discorso di insediamento, ha prudentemente commesso tacendo su temi delicati quali la corruzione e il conflitto d’interesse, che toccano la posizione del risorto Cavaliere.

Queste sono le crepe e questi i limiti delle italiche “grandi intese”. Qualche osservatore invoca l’esempio della Germania per sostenere e legittimare la formula ora in via di sperimentazione a Roma. In effetti la Grosse Koalition realizzata in Germania da Kiesenger e Brandt fra il 1966 e il 1969 e da Merkel e Steinmeier fra il 2005 e il 2009 ha ben funzionato. Ma è facile rilevare che la cultura politica tedesca è ben diversa da quella italiana, purtroppo attraversata da un lunga faglia di rivalità, incompatibilità e lotte senza quartiere. Senza contare poi che la Germania è una Repubblica federale dove sono operanti norme costituzionali che, al contrario di quel che accade nel nostro ordinamento, facilitano e salvaguardano la stabilità. Non esiste il bicameralismo paritario, per esempio. E inoltre vige l’istituto della sfiducia costruttiva che impedisce a chiunque di far cadere un governo se non ha già pronta un’alternativa. Fare confronti con la realtà tedesca per inneggiare alle grandi intese è dunque un esercizio fuorviante, com’è stato, d’altronde, un eccesso richiamare il tragico precedente di Weimar, che una larga parte della pubblicistica ha evocato quando in Parlamento andava in scena il triste spettacolo di impotenza della politica, del PD in particolare, davanti alla scadenza del settennato presidenziale.

Se proprio si vuol fare un paragone col modello tedesco, forse è più opportuno rilevare che in Germania non ci sono partiti che hanno un padrone indiscusso e indiscutibile come nel caso del PdL, dove Berlusconi può permettersi di fare ciò che vuole: col bunga bunga nella vita privata e con l’insindacabilità assoluta delle sue scelte nella vita pubblica. Né ci sono partiti divisi e inaffidabili come il PD ai cui vertici si annidano ancora un centinaio di persone senza onore che una mattina hanno applaudito la candidatura di Romano Prodi per la presidenza della Repubblica e poche ore dopo lo hanno vilmente impallinato nel segreto dell’urna. Infine, non ci sono nemmeno movimenti di protesta come il Cinque Stelle in cui la linea politica dettata dai due capi prevede mitragliate di accuse contro tutto e tutti ma nessuna assunzione di responsabilità e in cui a tutti gli aderenti è negata la libertà di parlare come vogliono e dove vogliono: e chi sgarra va fuori.

In mezzo a questa selva di anomalie si staglia, poi, il grande interrogativo sulle vicende giudiziarie di Berlusconi. E qui il cerchio per ora si chiude: abbiamo un governo nuovo e promettente, ma non la certezza della normalità, della stabilità, della coesione. La precarietà è ancora il nostro pane quotidiano. Ma dobbiamo resistere: che altro?

 



03/05/2013
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