...e se a perdere le elezioni fosse tutta l'Italia?
di Nino Milazzo
Lucidissima analisi di Nino Milazzo sulle elezioni nazionali che potrebbero consegnare un futuro incerto per il nostro Paese

Questo psicodramma italiano sembra davvero partorito dalla mente fervida e labirintica di Pirandello. È La metafora di una nave, la nave Italia, che si è immessa su una rotta nuova, ma a bordo nessuno sa dire dove va. È la narrazione di una enorme certezza che, come una mongolfiera appesantita da mille contraddizioni, viaggia fra nubi gonfie di dubbi. La certezza è che l’Italia non sarà, non è già, come prima. E quanto ai dubbi, sono tutti riconducibili ai due seguenti problemi: chi potrà governare e come si potrà governare la tempesta perfetta della crisi italiana, che è giunta al limite più alto della tensione ma rischia di aggravarsi ulteriormente proprio per effetto dell’esito elettorale.

La confusione è sovrana. E nel caos determinato dal voto-shock di questo freddo inverno c’è spazio anche per il paradosso qual è quello di un mezzo vincitore; Pierluigi Bersani, che riappare in pubblico con la mestizia di uno sconfitto mentre un mezzo sconfitto, Silvio Berlusconi, si comporta e viene osannato come fosse un trionfatore. Entrambi danno voce e volto a una politica che ha smarrito il filo antico della chiarezza. Nebbia, solo nebbia, per il momento.

C’è un punto sul quale non possono sussistere interrogativi di sorta: l’unico vero e solo vincitore di queste elezioni è Beppe Grillo con il suo Movimento Cinque Stelle. Detto questo, però, bisogna subito aggiungere che il responso delle urne apre uno scenario che è ancora tutto da scoprire. Grillo ha inventato e creato un modo di organizzare e canalizzare il consenso che non ha precedenti. Ha raccolto il disagio di coloro – e sono moltissimi – che sono in sofferenza per l’impoverimento dilagante e per la progressiva dissoluzione di ogni prospettiva di futuro. Nello stesso tempo, ha interpretato con rara efficacia lo sdegno e la rivolta della gente contro la corruzione, i privilegi, gli sprechi del potere e contro una certa concezione dello sviluppo.

Si sa che questa operazione si è connotata come espressione dell’antipolitica più aggressiva. Certo, il marchio del populismo è inconfondibile, questo è vero. Ma è anche vero che l’ex comico fattosi capopopolo ha compiuto un’impresa che ha terremotato, per così dire, il panorama politico e sociale del Paese. Ora per lui arriva la svolta, perché con la grande affermazione elettorale scocca l’ora della verità. La protesta, anche se giusta e motivata, non è più sufficiente. Né può, ancora e sempre, l’arma dell’invettiva più o meno infuocata, della denuncia più o meno documentata. Inoltre, nell’impatto con le responsabilità istituzionali, diventano improponibili le visioni demagogiche e semplicistiche come quella dell’abbandono dell’euro. Maggiore sobrietà e concretezza: ecco quello che ci si aspetta da Cinque Stelle.

In attesa delle verifiche che verranno già dai primi adempimenti postelettorali, è evidente comunque che, con l’ingresso in forze dei “marziani” di Cinque Stelle in Parlamento, un vento ciclonico di cambiamento sta investendo l’intero territorio istituzionale. Con quali risultati? Intanto la bufera ha già spazzato via personaggi come Gianfranco Fini e Antonio Di Pietro , due veterani della scena politica che, su sponde opposte, hanno incarnato la parabola discendente della vita pubblica italiana. E quanto all’immediato futuro, è difficile, se non impossibile, arrampicarsi sugli specchi delle previsioni, come fanno in questi giorni i politologi più o meno improvvisati che si esibiscono nei vari studi televisivi. Tuttavia un dato inoppugnabile esiste. Ed è questo: perché il “nuovo” in arrivo diventi un fattore di autentico avanzamento etico ed economico, occorre che chi se ne fa portatore non si limiti a montare la guardia nelle aule del potere o, peggio, preferisca abbandonarsi alla voluttà distruttiva di un paralizzante ostruzionismo. Questo non sarebbe né utile né sufficiente perché di ben altro c’è bisogno: c’è bisogno soprattutto che i parlamentari del Movimento Cinque Stelle siano così aperti da contribuire con freddo discernimento a tutte le scelte essenziali e irrinunciabili che il momento storico richiede. Se, viceversa, cedessero alla tentazione di chiudersi in un loro superbo isolamento, obbedendo a un rifiuto pregiudiziale del dialogo e della collaborazione, non renderebbero un buon servizio ai loro elettori e alla comunità tutta.

Il precedente dell’Assemblea regionale siciliana fa bene sperare. Ora si vedrà se, ad onta della persistente aggressività verbale, Grillo è disposto a usare a Roma la stessa flessibilità che ha saggiamente mostrato a Palermo. Nessuno, naturalmente, gli può chiedere di rinnegare i capisaldi su cui ha costruito il suo Movimento. Ma un passo avanti che lo faccia uscire dal bunker dell’imperioso radicalismo che ha caratterizzato la sua battaglia, questo sì potrebbe e dovrebbe compierlo, in nome del realismo e soprattutto della responsabilità che gli compete. Se questo non accadrà, egli rischia di riprodurre in chiave italiana la drammatica delusione delle primavere arabe. E, in questo caso, il ritorno alle urne non sarebbe una soluzione, ma la probabile continuazione di un disastro.

Grillo è sul gradino più alto del podio elettorale e la chiave di questo thriller politico è sicuramente nelle sue mani. Ma i protagonisti, naturalmente, sono anche altri. Innanzi tutto Bersani, al quale spetta presumibilmente l’ingrato compito di tentare di formare il governo avendo - in forza della sciagurata legge elettorale rimasta in vigore, testimonianza più eloquente dei recenti fallimenti e tradimenti della politica - la maggioranza assoluta alla Camera e una maggioranza relativa al Senato. «Siamo primi, ma non abbiamo vinto» è stata la malinconica sintesi che egli ha fatto di questa situazione, che è così aggrovigliata e perversa da negargli qualsiasi certezza. Il segretario del PD ha escluso la prospettiva della grande coalizione con il PdL e ha lanciato un segnale abbastanza chiaro in direzione di Grillo. Il resto della storia non dipende da lui. Ma in questo momento, aspettando le risposte decisive per la sorte della legislatura appena venuta alla luce, non solo lui ma tutto il Centrosinistra deve fare i conti con se stesso per capire che cosa ha bloccato il volo che i sondaggi gli assegnavano. C’è stata la Caporetto degli istituti demoscopici, questo è evidente. Ma l’abbaglio gigantesco dei sondaggi e sondaggisti non cancella, anzi mette in maggiore risalto gli errori e le inadeguatezze che, ancora una volta, hanno lasciato mezzo vuoto il bicchiere elettorale del PD. Ebbene, le urne hanno detto che gli eredi di Berlinguer e Moro non sanno più parlare all’Italia detta progressista. Sommariamente: c’è un linguaggio da aggiornare, c’è una proposta da potenziare, ci sono tante figure da pensionare. Così som’è, insomma, il Pd è una creatura pallida, esangue, stanca. E la terapia non sarà semplice.

Capitolo Berlusconi. Anche in questa occasione il Cavaliere ha fatto valere le sue doti carismatiche, sollevando il PdL dalla depressione in cui era precipitato a seguito e per causa dell’ultima fallimentare esperienza governativa, che aveva portato l’Italia sull’orlo del “precipizio greco”. Ma gridare al miracolo. come fanno i fedeli dignitari della sua corte, è davvero improprio. Per convincersene basta guardare le cifre di oggi e confrontarle con quelle delle elezioni del 2008. Ebbene, si noti che, rispetto alla precedente prova, il PdL ha avuto una perdita di voti imponente: ben sedici punti percentuali: da prima incontrastata forza politica nazionale ora è in terza posizione nella graduatoria dei partiti. E, se si allarga la visuale a tutto il Centrodestra, si scopre che anche la Lega è in nettissimo arretramento. Dove sta dunque il miracolo?

Anche in questo caso, probabilmente, le valutazioni sono state distorte dai macroscopici errori di calcolo verificatisi nei sondaggi, che se hanno sovrastimano le potenzialità del PD hanno sottovalutato la reale forza del PdL. Pur se strappato al tracollo o, quanto meno all’irrilevanza, i numeri sempre più avari del Pdl, analogamente a quel che succede nel PD, non segnalano, però, tutta intera la portata dei suoi problemi. Anche le ultime vicende stanno, infatti, a indicare che il partito è incapace di ridurre la sua patologica dipendenza da Berlusconi, il che ne fa ancora un organismo politicamente precario, legato agli interessi, alle scelte e in definitiva ai voleri di una leadership di tipo padronale. Questa condizione comporta l’assenza permanente di un confronto interno da cui trarre la linfa per una elaborazione politico-culturale all’altezza dei bisogni del presente e, contemporaneamente, proiettata verso il futuro. Berlusconi conosce benissimo i trucchi della comunicazione e ha imparato quelli della politica politicante. E sa perfettamente come usarli per tenere in piedi il proprio potere e salvaguardare i propri interessi. Ma da lui il partito non potrà mai ricevere alcun impulso strategico che non sia strettamente legato e funzionale al suo “privato”.

Manca, insomma, la grandezza delle visioni che sono proprie degli statisti illuminati. Se così non fosse, la reggia di Arcore non avrebbe concesso il lasciapassare che ha permesso a Maroni di conquistare la presidenza della Regione Lombardia e di realizzare così il progetto della Macroregione del Nord che prefigura il disegno leghista di una secessione di fatto, inizialmente soft e domani chissà. Così pure, un partito democraticamente attrezzato non avrebbe consentito al suo capo di scatenare una sua guerra personale contro l’Europa e segnatamente contro la Germania di Angela Merkel e lo avrebbe indotto a riconoscere che l’interdipendenza è diventata una legge inviolabile del mondo moderno, ormai saldamente ancorato alla rete della globalizzazione e delle grandi aggregazioni continentali.

Sono anche queste lacune e anomalie presenti nella nomenclatura del potere italiano che rendono più problematica e preoccupante la situazione consegnataci dal voto. I mercati hanno già emesso i primi segnali di avvertimento. Se non sapremo ascoltarli e decifrarli, adoperandoci per fugare rapidamente ogni motivo di diffidenza, potrebbero preludere a una nuova campagna di pressioni e a un rinnovato assedio della speculazione internazionale. E stavolta, per scongiurare il pericolo, non abbiamo più da giocare la carta Monti,la sola forse in grado di attivare un utile dialogo con le centrali di Bruxelles, Francoforte e Washington. Ahinoi, la carta Monti si è bruciata nel fuoco di una infelice avventura elettorale, che, oltre tutto, ha privato la Repubblica della possibilità di servirsi all’occorrenza, di una figura che si era accreditata come preziosa risorsa super partes.

Questo è il panorama che ci sta di fronte, mentre, fra le tante incognite del dopo-voto, si avvicina il momento in cui il nuovo Parlamento sarà chiamato a eleggere il Capo dello Stato che dovrà succedere a Giorgio Napolitano. Al quale spetta, nel frattempo, il compito di risolvere la complicatissima equazione istituzionale assegnatagli in chiusura del suo settennato, dando un governo al Paese e permettendogli di superare senza danni l’infido guado di una situazione che è sicuramente una fra le peggiori della storia repubblicana. La comunità nazionale, socialmente ed economicamente in crescente pesante affanno, attende con trepidazione. Sarebbe un tristissimo epilogo di questa ultima traumatica esperienza elettorale se a uscire sconfitta dalle urne fosse unicamente l’Italia. Tutto dipende dalla politica, la stessa politica all’interno della quale qualcuno ha lavorato avendo come unico scopo quello di creare la trappola diabolica dell’ingovernabilità.



28/02/2013
Gerenza | Scriveteci | Sostieni il dito | PubblicitĂ 
ildito.it - associazione Athena (p.iva 03944360878)