La spiegazione della sentenza 1/2013 sul conflitto Quirinale-Procura Palermo
di Stefano Ceccanti*
Il senatore e Costituzionalista del PD Stefano Ceccanti, ci invia un documento che consente di comprendere meglio la sentenza della Corte Costituzionale sul conflitto generato dai giudici di Palermo per le intercettazioni che vedevano interessato il Presidente della Repubblica

 

 

Una primissima lettura rapida in 7 punti della sentenza 1/2013: il Quirinale ha ragione perché se il Presidente fosse intercettabile sarebbe in gioco l'equilibrio tra i poteri e la sua funzione di garantire prestazioni di unità

 

1.      Le due premesse di metodo: partire dalla Costituzione, dalla sua lettura sistematica

 Il cuore della sentenza sta nel punto 8.1 del considerato in diritto.

A coloro che avevano preteso di contestare le ragioni della Presidenza della Repubblica partendo erroneamente dal codice di procedura penale e no dalla Costituzione (qui era infatti la radice del problema) la Corte ricorda anzitutto che "in tutte le sedi giurisdizionali (e quindi non solo in quella costituzionale) occorre interpretare le leggi ordinarie alla luce della Costituzione, e non viceversa."

Posta questa prima premessa di metodo, la Corte chiarisce poi ulteriormente, sempre in termini di metodo, che partire dalla Costituzione significa usare una tecnica interpretativa non semplicistica e meccanica ("non... limitarsi ad una comparazione testuale e meramente letterale tra la disposizione legislativa da interpretare e la norma costituzionale di riferimento") ma ricorrendo a una lettura per principi e di carattere sistematico.

 2.      Il Presidente della Repubblica garantisce prestazioni di unità

 Quindi il punto 8.2 si sposta da queste due osservazioni di metodo allo sviluppo di merito del tema: qual è la posizione del Presidente della Repubblica nel nostro ordinamento, nel sistema costituzionale? Infatti la pretesa della procura di Palermo era quella di poter determinare a priori in senso restrittivo e tipizzato le funzioni presidenziali.  

La Corte, invece, muovendo dall'assunto per cui esso "è stato collocato dalla Costituzione al di fuori dei tradizionali poteri dello Stato e, naturalmente, al di sopra di tutte le parti politiche... Dispone pertanto di competenze che incidono su ognuno dei citati poteri, allo scopo di salvaguardare, ad un tempo, sia la loro separazione che il loro equilibrio." ne ricava il compito primo di garantire prestazioni di unità al sistema a partire dalla formula riassuntiva del comma 1 dell'art. 87: " Il Presidente della Repubblica «rappresenta l’unità nazionale» (art. 87, primo comma, Cost.) non soltanto nel senso dell’unità territoriale dello Stato, ma anche, e soprattutto, nel senso della coesione e dell’armonico funzionamento dei poteri, politici e di garanzia, che compongono l’assetto costituzionale della Repubblica."

 3.      Non sono limitabili le attività informali

 Ne consegue nel punto 8.3 che quel ruolo non si può esercitare senza affiancare "ai propri poteri formali, che si estrinsecano nell’emanazione di atti determinati e puntuali, espressamente previsti dalla Costituzione, un uso discreto di quello che è stato definito il 'potere di persuasione', essenzialmente composto di attività informali.. Le attività informali sono pertanto inestricabilmente connesse a quelle formali."

 4.      Doverosa la riservatezza assoluta delle comunicazioni

 Il punto 9 chiarisce quindi per logica conseguenza che "il Presidente della Repubblica deve poter contare sulla riservatezza assoluta delle proprie comunicazioni, non in rapporto ad una specifica funzione, ma per l’efficace esercizio di tutte."

Per questo, non a caso, per il Presidente della Repubblica, a differenza dei parlamentari e dei membri del Governo, non sono previsti organi a cui richiedere l'autorizzazione all'intercettazione. Seguendo la testi della procura, per cui questo non sarebbe comunque un impedimento, si arriverebbe alla conseguenza paradossale per cui il Presidente sarebbe meno tutelato degli altri organi citati. Considerazioni ulteriori sono poi presentate su questo nel punto 10.

 5.      L'intercettabilità per alto tradimento e attentato alla Costituzione resta l'unica eccezione

 Il punto 11 ricorda che sulla base della limitata responsabilità del Presidente per i soli casi previsti dall'art. 90  (alto tradimento e attentato alla Costituzione) la legge ordinaria conseguente (219/1989) ha previsto una modalità di intercettazione previa autorizzazione dell'apposito Comitato parlamentare, che resta l'unica eccezione ammissibile. Anzi, "la garanzia prevista perfino per le indagini concernenti i delitti più gravi sul piano istituzionale implica che, per tutte le altre fattispecie, non si possa ipotizzare un livello di tutela inferiore."

 6.      Il Presidente è responsabile per i reati extra-funzionali, ma non è intercettabile neanche per quelli perché altrimenti si lederebbe l'equilibrio tra i poteri

 La Corte nei punti 12 e 13 chiarisce poi che in questo caso non rileva la distinzione tra reati funzionali ed extra-funzionali. E' vero che per quelli extra-funzionali il Presidente è responsabile in nome del principio di uguaglianza (dato che la protezione è alla funzione e non alla persona), però non è comunque intercettabile perché ciò vorrebbe dire colpire l'equilibrio dei poteri, dando alla magistratura un potere eccessivo visto che  le intercettazioni "finirebbero per coinvolgere, in modo inevitabile e indistinto, non solo le private conversazioni del Presidente, ma tutte le comunicazioni, comprese quelle necessarie per lo svolgimento delle sue essenziali funzioni istituzionali, per le quali, giova ripeterlo, si determina un intreccio continuo tra aspetti personali e funzionali, non preventivabile, e quindi non calcolabile ex ante da parte delle autorità che compiono le indagini."

Se questi sono i problemi e le esigenze di equilibrio, aggiunge come corollario il successivo punto 14,  non è rilevante la distinzione tra intercettazioni dirette, indirette e casuali, nessuna delle quali comunque ammissibile.

 7.      La conseguenza operativa: distruggere garantendo l'assoluta segretezza perché la riservatezza del Presidente è come quella del ministro di culto e del difensore

 La conseguenza operativa è pertanto chiara. Distruggere prima possibile le intercettazioni illegittime, garantendone l'assoluta segretezza.

Non è quindi percorribile la via degli articoli 268 e 269 del codice di procedura penale perché passando attraverso un'udienza i contenuti diventerebbero noti.

Bisogna passare tramite l'articolo 271 del medesimo codice, che tratta però di casi eterogenei, riconducibili a due tipologie. La prima è quella delle intercettazioni illegittime per vizi procedurali (altrimenti sarebbero state legittime), che possono passare per l'udienza camerale, ma questa via non è percorribile perché produrrebbe la stessa violazione del segreto di quella precedente. La seconda è invece quella delle intercettazioni illegittime per ragioni sostanziali "espressive di un’esigenza di tutela 'rafforzata' di determinati colloqui in funzione di salvaguardia di valori e diritti di rilievo costituzionale che si affiancano al generale interesse alla segretezza delle comunicazioni (quali la libertà di religione, il diritto di difesa, la tutela della riservatezza su dati sensibili ed altro)." In questi casi, citati ad esempio dall’art. 200, comma 1, del codice (ministri di confessioni religiose, avvocati, investigatori privati, medici ed altro) "allorché abbiano ad oggetto fatti conosciuti per ragione del loro ministero, ufficio o professione" si deve distruggere e basta senza udienza, senza contraddittorio fra le parti perché la riservatezza è indispensabile: "L’accesso delle altre parti del giudizio, con rischio concreto di divulgazione dei contenuti del colloquio anche al di fuori del processo, vanificherebbe l’obiettivo perseguito, sacrificando i principi e i diritti di rilievo costituzionale che si intende salvaguardare. Basti pensare alla conoscenza da parte dei terzi – o, peggio, alla diffusione mediatica – dei contenuti di una confessione resa ad un ministro del culto, ovvero all’ostensione al difensore della parte civile del colloquio riservato tra l’imputato e il suo difensore".

A corollario il punto 16 impone quindi al giudice, il cui "controllo è garanzia di legalità con riguardo anzitutto alla effettiva riferibilità delle conversazioni intercettate al Capo dello Stato" di procedere alla distruzione. Questo per il caso di specie anche se, ferma restando l'assoluta intercettabilità del Presidente e l'esclusione della procedura camerale partecipata, al giudice è lasciato un margine per "tenere conto della eventuale esigenza di evitare il sacrificio di interessi riferibili a principi costituzionali supremi: tutela della vita e della libertà personale e salvaguardia dell’integrità costituzionale delle istituzioni della Repubblica (art. 90 Cost.). In tali estreme ipotesi, la stessa Autorità adotterà le iniziative consentite dall’ordinamento."

 



15/01/2013
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