"Se scende in campo il fantasma di Totò"
di Nino Milazzo
Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Nino Milazzo dove il giornalista, evidenzia il goffo tentativo di Berlusconi a "Servizio Pubblico" di imitare l'inimitabile: Antonio De Curtis in arte Totò

«Ma lei, Santoro, ha fatto le scuole serali?» e Silvio Berlusconi si abbandona al sorriso compiaciuto di chi è convinto di aver trovato una battuta divertente, di irresistibile forza polemica e spettacolare. E non meno soddisfatto di sé appare quando improvvisa una breve sceneggiata dopo essersi prodotto nella lettura di una sorta di documento preparato da uno o più dei i suoi collaboratori e consistente in un arido elenco dei procedimenti per diffamazione subìti nel corso degli anni da Marco Travaglio. La stucchevole elencazione viene interrotta da Santoro e il Cavaliere torna al posto che aveva provvisoriamente ceduto al giornalista. Ma prima di deporre le terga sulla sua sedia fa il gesto di pulirla con una manica della giacca, evidentemente in segno di dileggio verso Travaglio.

La claque che lo ha seguito nello studio di “Servizio pubblico” applaude e ride. La mia reazione, al contrario, è intrisa da un vago senso di malinconia e di disagio. M’è sembrato di vedere all’opera un vecchio guitto che cerca penosamente di imitare il principe De Curtis. E come sfuggire alla tristezza quando a fare la parodia di Totò è un ex presidente del Consiglio, è l’incredibile Hulk di tutte le campagne elettorali del dopo-Tangentopoli, è il gigantesco nano che per un decennio ha rappresentato l’Italia nei consessi internazionali, è il demiurgo dell’italico populismo di destra che da diciannove anni – quasi lo stesso tempo di Mussolini - imperversa sulla vita pubblica nazionale stando assiso sul trono di uno scandaloso conflitto d’interessi oppure inquinando la res publica con i miliardi della sua sterminata ricchezza quando c’è qualcuno, come Romano Prodi, che lo costringe ad asserragliarsi nei fortilizi dell’opposizione?

Naturalmente nessuno può disconoscere il successo televisivo dell’evento. E’ stato sicuramente uno spettacolo: lo hanno seguito ben nove milioni di persone, un autentico trionfo. Ma è stata anche la conferma amara di una crisi, che non è drammatica come quella economica e che, tuttavia, genera effetti deprimenti sul quadro e sulle prospettive della situazione generale del Paese. Il programma andato in onda su La7 giovedì 10 gennaio, infatti, è la dimostrazione più eloquente e clamorosa del degrado della politica italiana, che per esprimersi ha persino bisogno di un maldestro epigono del grande Totò e di uno spregiudicato epigono del famoso Ziegefeld. L’uno, Silvio Berlusconi, ha recitato una parte che, per elementari ragioni di dignità del ruolo, non dovrebbe appartenergli; l’altro ha organizzato ( e condotto) uno spettacolo che, promettendo di dare un contributo al dibattito elettorale, ha in realtà puntato tutto sullo share. È il peggiore risultato che si può ottenere quando politica e televisione, come spesso accade, diventano un tutt’uno. E, soprattutto, è ben povera cosa la politica che cresce se diventa spettacolo.

Anche volendo essere clementi, insomma, la lezione che si ricava da questo caso è desolante. È desolante perché la stessa politica che, con le malefatte della Casta e con gli imbrogli dei peones, ha alimentato l’antipolitica ora dà prova – l’ennesima prova - della sua incapacità di riscattarsi. E lo fa, ahimé, con l’aiuto (involontario, spero) di giornalisti, del cui valore professionale nessuno può dubitare.

Beninteso: durante questa clamorosa puntata di “Servizio pubblico”molte cose scomode sono state dette, molte verità brucianti sono state gettate nel confronto, molte contestazioni sacrosante sono state mosse al prepotente autocrate della destra italiana, che pretende di imporre i suoi dozzinali monologhi propagandistici non solo nelle reti di cui è padrone, ma in tutti gli altri studi televisivi che lo ospitano, tanto da suscitare (addirittura sull’ultra-conformista Rai 1) la sorprendente reazione di un Massimo Giletti.

Più volte Berlusconi è stato messo di fronte alle sue responsabilità pubbliche e private da Santoro e Travaglio, i mattatori di sempre, nonché dalle bravissime Giulia Innocenzi e Luisella Costamagna. Questo è fuori discussione. Ma, per un evidente difetto di impostazione del programma, troppo spesso è mancata la seconda domanda, proprio quella che avrebbe dovuto smascherare le macroscopiche menzogne di Berlusconi e smantellare le sue tirate demagogiche, come sempre accompagnate da donchisciottesche bordate contro i mulini a vento di un’immaginaria minaccia comunista.

Naturalmente, nulla a che vedere con l’adorante acquiescenza di Barbara D’Urso, la quale non ha avuto nulla da obiettare nemmeno quando il suo principale le ha propinato un’inverosimile favoletta su Ruby. In quella memorabile apparizione su Canale 5, il Cavaliere – lo ricordo con chiarezza - disse testualmente:«La ragazza marocchina si è presentata da noi» raccontando bla bla bla…una dolorosa vicenda familiare, che avrebbe mosso a pietà lui e gli altri “noi” dell’allegra compagnia di Arcore. «Si è presentata da noi»? Ma come fa una ragazza marocchina a entrare nella villa più sorvegliata d’Italia se non c’è qualcuno che ve la introduce? Interrogativo elementare, no? Ma Berlusconi non l’ha chiarito né la sua intervistatrice (si fa per dire) glielo ha chiesto.

Di ben altra natura, le domande che quelli di “Servizio pubblico”avrebbero potuto fare e non hanno fatto. Principalmente una: quella che riguarda l’IMU, l’arma più possente che il centrodestra in questa fase preelettorale brandisce nel tentativo di risalire la corrente avversa dei sondaggi e accorciare o annullare lo svantaggio rispetto al centrosinistra. Riepiloghiamo. Fra le tante giravolte in cui Berlusconi si è esibito prima della decisione di scendere di nuovo in campo, presa all’indomani della condanna inflittagli dal Tribunale di Milano, ve ne fu una che prefigurava una svolta decisiva: quella con la quale egli non si limitava a dare la disponibilità a farsi da parte, ma invitava Mario Monti a prendere il suo posto come «federatore delle forze moderate.» Ebbene, quest’offerta, benché caduta nel vuoto, basta da sola ad abbattere tutto il castello di giustificazioni che egli ora utilizza per spiegare l’atteggiamento suo e del suo partito in merito all’impopolare imposta sulla casa. Risulta chiaro, infatti, che Berlusconi e i suoi non solo hanno creato le premesse per il varo dell’IMU procedendo all’improvvida abolizione totale del’ICI e non solo, caduto il loro governo e subentrato il governo dei tecnici, hanno poi votato in Parlamento a favore della legge assieme agli altri gruppi della “strana maggioranza”: di più, hanno successivamente avallato il nuovo vituperato balzello fiscale nel momento stesso in cui hanno proposto a Monti di prendere la guida del fronte cosiddetto moderato. Che altro significato aveva,infatti, l’opzione pro Monti , se non quello di accettarne e condividerne le scelte, fra le quali quella dell’IMU era ed è sicuramente una delle più importanti e incisive?.

 Molto altro da dire ci sarebbe sul fantomatico complotto internazionale del quale Berlusconi si dice vittima. Bastava chiedergli: come mai è trascorso oltre un anno prima di svelarlo e di chiedere una commissione di inchiesta a poche settimane dal voto? Né Santoro né gli altri glielo hanno chiesto. E come mai solo adesso escogita la singolare teoria secondo la quale lo spread è un falso spauracchio? Bastava chiedergli: se lo spread è davvero un trucco o una fandonia, come mai non lo denunciò in quel drammatico autunno del 2011, quando poteva ancora resistere a Palazzo Chigi e invece rassegnò le dimissioni? Neanche questo gli è stato chiesto.

Naturalmente noi tutti sappiamo che il Cavaliere fu costretto a dimettersi non a causa di una congiura partita da Bonn e da Parigi, da Francoforte e da Bruxelles, ma perché il voto parlamentare sul rendiconto generale dello Stato dimostrò che non aveva più la maggioranza alla Camera e perché, più in generale, non era più in grado di contrastare la pressione della crisi, che frattanto si era incancrenita a causa della colpevole sottovalutazione con la quale il suo governo l’aveva fronteggiata. Insomma, i fatti, come le responsabilità, sono chiari abbastanza per sapere come sono andate le cose. Ma è anche vero che tutta la realtà italiana è oggi avvolta da una cortina di ambiguità e falsità che rende oscuro e incerto anche ciò che dovrebbe essere chiaro.Ed è, soprattutto vero, che quella alla quale stiamo assistendo è una campagna elettorale fra le più caotiche che si ricordi. La sua cifra è la confusione, di cui Berlusconi, con i suoi ondeggiamenti prima e con le sue spregiudicatezze dopo, è il maggiore ma non il solo responsabile.

Anche Monti, già campione di sobrietà, sta contribuendo a questa ondata di negatività con una serie di decisioni e atteggiamenti che ci fanno dire che il premier, nonostante la durezza e lo squilibrio delle terapie alle quali ha fatto ricorso per far fronte all’emergenza economica e sociale, è stato più credibile di quanto non sia il candidato, che, dismessa la veste di rigoroso uomo super partes, si sta prestando al gioco di certa politica politicante, di cui è maestro Pierferdinando Casini, alleato “numero uno” del professore. L’esempio più significativo di questa conversione di Monti è la manovra che si sta attuando in Lombardia con la candidatura al Senato dell’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, manovra che, secondo una unanime interpretazione, tende a impedire che il Pd completi con la conquista della maggioranza a Palazzo Madama la prevista affermazione nella competizione per la Camera. Se questo avverrà, il gruppo centrista diventerà l’ago della bilancia della prossima legislatura e del prossimo governo, realizzando l’intramontabile vocazione di Casini, erede e profeta della strategia dei “due forni”.

In attesa di conoscere l’esito di questa sfida, sarebbe interessante farsi spiegare da Monti perché ora e non prima si avvede che si può abbassare di un punto la pressione fiscale e perché si deve rivedere la struttura dell’IMU.

Il percorso più rettilineo – giusto rilevarlo- è quello finora seguito dal PD, al quale si devono le novità democraticamente più importanti di questa fase storica particolarmente difficile per il Paese, cioè le primarie per la designazione del candidato premier e le primarie per la scelta dei candidati al Parlamento, metodo quest’ultimo che meritoriamente cerca di ovviare alla malaugurata conferma della legge elettorale Calderoli, il vergognoso porcellum che il Parlamento non ha saputo cancellare. Ma anche al PD e precisamente a Pierluigi Bersani almeno un chiarimento andrebbe chiesto: se andrà al governo, come finora viene generalmente pronosticato, come pensa di scongiurare il rischio di una riedizione dell’ultima esperienza Prodi? In altri termini: come metterà d’accordo Vendola con il cattolicissimo Fioroni ed eventualmente con lo scudocrociato Casini? D’accordo: il pluralismo in un Partito può essere una ricchezza a condizione, però, che sia possibile raccogliere e amalgamare le varie posizioni in una sintesi e che la sintesi sia infine convertibile in una scelta univoca di azione. Ce la farà Bersani a compiere questa magìa?

Come si può notare, le spine dell’incertezza e della preoccupazione non sono poche. E il voto è vicino. Ma nessuno riesce a stabilire quale potrà essere la strada meno accidentata per uscire da questa travagliata transizione. Certo, la Seconda Repubblica sta declinando, probabilmente anche perché non ha mai raggiunto la pienezza della sua maturazione istituzionale e politica. Il fatto è che dopo il crollo, rovinoso ma catartico, del sistema politico determinato da Mani Pulite , il Paese conobbe una spinta di rinnovamento molto forte, che partì dal basso e trovò la sua più dinamica testimonianza nel cosiddetto “partito dei sindaci”. Oggi non si vede nessun fervore. Oggi ciò che prevale è il nulla dell’antipolitica. O, in alternativa, la fuga nel trasformismo,come quella messa in atto dai Micciché e dai Lombardo, che, falliti nella ricerca di una vera autonomia, hanno deciso di tornare nell’ovile berlusconiano. Tutto questo aumenta la responsabilità della politica che è ancora viva e sa guardare lontano. Purtroppo non è un grande spazio. Ma domani chissà.



13/01/2013
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