“Salvi: contro le mafie serve una giustizia più veloce”
di Salvo Fallica*
Intervista pubblicata su "L'Unità" al Procuratore capo della Repubblica Giovanni Salvi

 

“Per la verità, io non ritenevo quando sono andato a rendere omaggio alla figura del giornalista Pippo Fava, assassinato dalla mafia, di fare un atto simbolico, pensavo di fare il mio dovere. Perché credo che rientri fra i doveri del Procuratore della Repubblica quello di riconoscere la storia di una città dove si opera e comprendere quali sono i punti di svolta di quella città. E' certamente l'omicidio di Fava lo è stato”.

Così il procuratore capo della Repubblica Giovanni Salvi, inizia il suo dialogo con l'Unità, spiegando le ragioni di una scelta etica che è già nella storia della Sicilia. E' stato il primo procuratore di Catania a partecipare alla commemorazione di Pippo Fava. Già ai vertici dell'Anm, Salvi è stato in prima linea contro il terrorismo, è stato ed è in prima linea contro la mafia. Salvi si sofferma sui temi della legalità, dell'etica, della lotta alla mafia. Lancia l'allarme sulle poche denunce contro le estorsioni. Con lo stile di assoluto rigore che lo contraddistingue, pur non parlando delle vicende giudiziarie in corso, fa riferimento a quello che è stato definito il "sistema Catania". Parla anche di sentenze che hanno dimostrato come il processo democratico delle elezioni a Catania sia stato violato in fasi storiche decisive.

Già al suo insediamento la società civile l'ha accolta con grande speranza. Qual è stata la sua percezione?

“Certamente arrivare a Catania, per me non è stato facile. Temevo molto di non essere accettato da una comunità che vedeva un procuratore che per la prima volta veniva da fuori. Sono stato quindi molto contento di avere ricevuto non solo dalla società civile e dalle istituzioni, ma anche dai colleghi della Procura, un'accoglienza che non mi aspettavo. E' un ufficio con ottimi magistrati.  Ho instaurato subito un rapporto di sinergia con il prefetto, Francesca Cannizzo, il comandante dei carabinieri Giuseppe La Gala, il questore Antonino Cufalo, il comandante della guardia di finanza Francesco Gazzani”.

Quanto è importante che passi il messaggio della legge uguale per tutti, anche per i potenti, in una città difficile come Catania?

“E' una cosa fondamentale, perché questo stimola i cittadini ad emergere da quella grande area grigia che noi non conosciamo. Molte cose di quest'area non non le percepiamo nemmeno. E' importante per i cittadini avere la certezza di rivolgersi ad un ufficio giudiziario che magari non riuscirà sempre a raggiungere i suoi obiettivi, ma che ci proverà senza guardare in faccia a nessuno”.

Dalla Sicilia è partito un messaggio forte contro la mafia ed il racket delle estorsioni da parte della Confindustria guidata da Antonello Montante ed Ivan Lo Bello. A Catania come procede la lotta contro le estorsioni?

“Nonostante un cambiamento che riguarda culturalmente la Sicilia, le denunce a Catania ed in provincia contro le estorsioni sono ancora poche. Le poche che arrivano hanno in genere un buon risultato, nel senso che non solo si riesce ad andare avanti e punire i colpevoli, ma non vi sono stati ritorni negativi per chi ha denunziato. Vi è però un altro limite. Se noi diamo una risposta anche giusta ma facciamo condannare i colpevoli dopo anni, nel frattempo la vittima continua a pagare il pizzo. E questo non va bene. Se noi riusciremo ad essere più efficaci, più rapidi, i cittadini avranno più fiducia nelle istituzioni. Sono anche importanti i rapporti con le associazioni antiracket, vogliamo rafforzare queste collaborazioni. Il prefetto Cannizzo svolge un ruolo fondamentale nel dialogo con la società civile”.

Qual è il grado del cambiamento etico e culturale in Sicilia?

“Il cambiamento c'è sicuramente, è profondo e irreversibile, in Sicilia è molto significativo. Ed è più profondo rispetto ad altre regioni del Sud. Vi è ancora molto da fare. Cito ad esempio la gestione dei beni confiscati, lo Stato deve essere adeguato al livello che abbiamo raggiunto sul piano della repressione e del contrasto. Siamo in grado di sequestrare aziende dal valore di centinaia di milioni di euro, dobbiamo anche essere in grado di gestirle. Non è facile, perché l'azienda illegale non regge alla concorrenza leale e legale. Ma non è sempre cosi, ed a volte vi è anche l'inadeguatezza del nostro approccio”.

E' una battaglia culturale ma anche di capacità amministrativa?

“Dobbiamo rafforzare l'immagine della legalità come creazione e non distruzione della ricchezza”.

Ivan Lo Bello, in una intervista al “Corsera”, disse che Catania è la capitale della mafia imprenditrice. Accanto ad imprese sane ed innovative prospererebbero aziende che fanno affari con la mafia, se non addirittura espressione diretta della criminalità organizzata? Come stanno le cose?

“Certamente per quello che è stato il passato, le indagini di cui si può parlare, non v'è dubbio che qui sono stati scoperti coinvolgimenti da parte di organizzazioni criminali in grandi imprese e in grandi operazioni imprenditoriali. Credo anche che il problema di Catania sia risalente molto nel tempo, e torniamo alle ragioni dell'omicidio di Pippo Fava. Si è parlato di un “sistema Catania” che non è solo un problema di criminalità di tipo mafioso, vi sono profili anche di accordi tra la mafia e grandi imprese per la realizzazione di opere pubbliche, che certamente hanno alterato i meccanismi della concorrenza. E' un problema molto serio Catania”.

C'è già la sentenza sul processo “Cenere”: l'ex sindaco Scapagnini e la giunta sono stati condannati, mentre al senatore Enzo Bianco è stato riconosciuto un risarcimento per il danno subito in merito alle elezioni amministrative del 2005. Non ritiene che in quel caso sia stato violato il processo democratico?

“Non vi è solo questa sentenza, penso anche ai tanti processi significativi della non trasparenza dei pubblici poteri, ma anche degli organi che dovrebbero esprimere la volontà popolare, come quelli relativi ai bilanci del Comune in anni passati. D'altra parte, su questo vi sono indagini in corso e non posso parlarne, la competizione elettorale è stata a volte condizionata anche da presenze illecite”.

A livello nazionale si discute molto delle regole di incandidabilità. Che ne pensa?

“L' incandidabilità e' un rimedio, un palliativo, forse in Italia necessario. Nel meccanismo di selezione della politica dovrebbe accadere che per persone che hanno avuto guai talmente seri da esser stati condannati, non dovrebbe nemmeno porsi il problema di una loro possibile candidatura alle elezioni”.

 



20/11/2012
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