C'è qualcosa di nuovo
nella patria dei gattopardi
di Nino Milazzo
La lettura di un voto è solitamente controversa. Ogni volta, c'è chi vede tutto nero, chi tutto bianco e chi un grigio indistinto. In realtà, la politica è materia complicata ma lo è ancora di più per chi non ha lo sguardo limpido dell'obiettività e l'intelletto aperto alle consapevolezze più genuine, quindi alla presa di coscienza delle verità positive come di quelle negative...

La lettura di un voto è solitamente controversa. Ogni volta, c'è chi vede tutto nero, chi tutto bianco e chi un grigio indistinto. In realtà, la politica è materia complicata ma lo è ancora di più per chi non ha lo sguardo limpido dell'obiettività e l'intelletto aperto alle consapevolezze più genuine, quindi alla presa di coscienza delle verità positive come di quelle negative. Tutto questo per dire che non basta mettere in fila i numeri o, peggio, manipolarli. Bisogna anche individuare le tendenze che stanno dietro ai numeri, separando le vecchie dalle nuove e, infine, proiettandone la sintesi in una chiave di prospettiva. 
Forse ho reso astrusa una premessa che, invece, voleva essere semplice. E me ne scuso. Ma il fatto è che questa messa a punto, per così dire metodologica, si rendeva più che mai necessaria al cospetto della complessità che caratterizza i risultati del 28 ottobre siciliano (stavolta si tratta di un 28 ottobre democratico...). Tanto per cominciare, è completamente fuori strada chi pretende di liquidare quest'esito elettorale affermando che nulla è cambiato nel senso che a governare la Sicilia sarà - come è stato detto - un vecchio, collaudato blocco di potere. Questa tesi è sicuramente dettata dall'amarezza degli sconfitti, che si traduce però nell'opaco linguaggio della dietrologia. Si vuol far credere, insomma, che Crocetta sia la punta di un iceberg che, nel sommerso, è formato da un coacervo di forze eterogenee di cui farebbe parte, da diabolico infiltrato, Raffaele Lombardo.

Prima obiezione: la circostanza non è sufficientemente provata e, anche se la si vuol considerare probabile, resta il fatto che la sua reale consistenza si potrà misurare quando avremo modo di valutare gli indirizzi e le scelte del futuro governo. Allora capiremo.

Obiezione numero due: la sostanza del responso elettorale non è riducibile soltanto al nome del presidente eletto e alle sigle delle formazioni politiche che lo hanno espresso e sostenuto. Conta anche - eccome conta - la composizione del Parlamento di Palazzo dei Normanni. Ne consegue che è la somma algebrica di questi due fattori a fornire il saldo politico dell'evento elettorale e delle sue potenzialità. Ebbene, se sviluppiamo questo semplice concetto, perveniamo alla ragionevole certezza che la Sicilia ha dato un segnale di cambiamento. Naturalmente, dovremo aspettare prima di comprendere bene quanto attendibile sia questo segnale. E, nella migliore delle ipotesi, nessuno può oggi prevedere quanto duraturi e profondi saranno, eventualmente, gli effetti della svolta. (Guarda caso: sono giusto trascorsi due secoli dalla gloriosa e sfortunata Costituzione siciliana del 1812, che, seppur di breve durata, fu un segno di profonda innovazione nel piatto decorso della nostra storia).
Il dubbio - lo sappiamo - è di casa nelle vicende siciliane. Ma, con tutta la prudenza che bisogna usare nella patria dei Gattopardi, possiamo ragionevolmente pensare - se il paragone non è spropositato - che il famoso We can che portò Obama alla casa Bianca ha avuto una sua piccola, piccolissima, eco in Sicilia. E, tanto per insistere nel richiamo all'esperienza americana, diciamo per maggiore chiarezza che un primo change, sia pure ancora da verificare, c'è già stato.

Pirandellianamente (ci mancherebbe altro...) esso ha principalmente due facce. Che sono tanto diversamente analoghe da permetterci di dare un senso all'antico e celebre ossimoro delle "convergenze parallele" di Aldo Moro. Una di queste facce è rappresentata da una presenza e l'altra da un'assenza. La presenza è quella dei quindici cittadini del Movimento 5 Stelle che andranno a sedere accanto ai settantacinque (presunti) onorevoli della mitica Sala d'Ercole, dove porteranno lo scompiglio del loro occhiuto controllo e della loro scandalosa riduzione retributiva.
Piaccia o no, con questi alieni, che, muniti di webcam, si accingono a entrare nei labirinti della politica siciliana, sia i partiti, sia il governo e la burocrazia dovranno, in un modo o nell'altro, fare conti e, nello stesso tempo, sondarne le reali capacità e disponibilità, che sono tutte da scoprire. Ma, i conti, bisognerà farli anche con i moltissimi siciliani che non hanno votato. Il loro numero è stato così imponente da costituire un fenomeno di vastissima portata sociale. Siamo di fronte a una forma di protesta che, per la sua dimensione appunto, costituisce l'altra novità di maggiore rilievo schizzata dalle urne siciliane. E attenzione: il muto messaggio degli astensionisti, in una certa misura, ha lo stesso significato del messaggio fragorosamente lanciato da Beppe Grillo e del consenso raccolto dai suoi seguaci e dai suoi candidati in questa campagna elettorale che li ha visti in prima fila per impegno ed efficacia comunicativa. Gli uni e gli altri - non votanti e grillini - hanno espresso, con strumenti diversi, lo stesso rifiuto della politica così com'è.

Ora si pone il problema di trovare una risposta a questa richiesta arrivata dal voto e dal non voto. E lo si può fare partendo da una duplice considerazione preliminare. Primo, sarebbe atto di irresponsabilità rinunciare al recupero civile dei milioni di siciliani che non sono andati a votare, abbandonandoli al loro destino come si trattasse di vuoti a perdere della democrazia. Secondo, sarebbe uno sbaglio altrettanto grave continuare a giudicare come un pericoloso laboratorio di velenosa antipolitica un Movimento come quello di Grillo, che si è ormai accreditato, attraverso una vasta legittimazione popolare, come uno spazio in cui sta maturando una concezione diversa della politica. Probabilmente, tentare di coinvolgerlo in un rapporto di collaborazione circoscritto alla specificità del caso per caso è possibile. Di sicuro, non lo è la pretesa di "addomesticarlo" e comprometterlo irretendolo nel groviglio dei vecchi metodi e delle vecchie regole della politica.

Sulla base di questi ineludibili presupposti, qual è,dunque, la risposta da dare alla voglia forte di cambiamento emersa dalla prova elettorale siciliana? Le cose da farsi sono tante, tantissime. E tutte difficili. Come minimo, pensiamo a questo: buon governo; lotta senza quartiere alla corruzione, agli sprechi, ai privilegi; scioglimento delle caste; progetti per attrarre investimenti e pieno utilizzo delle risorse europee;primato di lavoro, ambiente, diritti nella visione e nei programmi di una politica riformata. Non è tutto, certo, Ma è lecito supporre che questi elementi sarebbero già una buona agenda (non solo in ambito regionale) per un nostro new deal , reso più urgente dalla tempesta della crisi globale.

Questo semplice accenno alla crisi è sufficiente ad allargare l'orizzonte e a spingere lo sguardo ben al di là dell'angolazione siciliana. D'altronde, è evidente che la lezione del 28 ottobre elettorale è destinata a ripercuotersi sull'intero panorama politico nazionale, attraversato dai venti di una vibrante tensione in vista del voto che dovrà produrre il dopo-Monti.
Il quadro è ormai noto: se si esclude il boom del Movimento 5 Stelle, che incredibilmente è risultato il primo fra i partiti in lizza, in Sicilia tutte le altre formazioni, per così dire, tradizionali sono apparse in sofferenza, comprese quelle della coalizione che ha portato Crocetta alla vittoria, cioè PD e UDC. La situazione peggiore - anche questo è risaputo - è quella del PdL, precipitato dal 33,4 del 2008 al misero 12,8% raggiunto pochi giorni fa. Questi dati, messi a fianco del 52% di astenuti, danno la misura delle acque agitate in cui navigano i partiti.

Il campanello d'allarme squillato in Sicilia è, insomma, preoccupante per tutti, ma lo è soprattutto per i partiti maggiori. Il PdL è letteralmente a pezzi, soprattutto dopo la mortificante sortita anti- Monti e anti- Europa in cui si è prodotto Silvio Berlusconi reagendo come sa fare lui alla condanna inflittagli dal tribunale di Milano. E quanto al PD, sono due i nodi più intricati che deve sciogliere. Uno è quello delle primarie, un evento di per sé positivo in termini di metodo democratico (ora assunto anche dal PdL grazie al mezzo passo indietro del suo fondatore), ma reso insidioso dall'asprezza del confronto tra Bersani e Renzi. L'altra questione calda è quella delle alleanze: Bersani ha scelto Vendola, ma dopo il successo della combinazione siciliana può accantonare l'opzione Casini?

Attenzione, però: se Roma piange, Palermo non ride, è il caso di rilevare. Infatti, l'eredità politica, economica e sociale che Crocetta dovrà amministrare è pesantissima. E non ha una maggioranza su cui poter contare in partenza. Come affronterà,dunque, queste difficoltà? Gli interrogativi non sono pochi né lievi. All'uomo non manca il coraggio, come dimostra l'esperienza di sindaco di Gela, una delle realtà più problematiche della Sicilia. Vedremo presto se alla virtù del coraggio saprà associare l'abilità del politico. Anch'egli - va detto- è una novità che l'esito elettorale ci offre. Ex comunista , che rimane a sinistra ma accetta la compagnia dei centristi: questo il suo sommario identikit politico. E, inoltre, gay, gay dichiarato: un dettaglio assolutamente privato che egli ha usato male in campagna elettorale e che adesso eccita l'interesse di qualche opinionista in nome - uffa! - della stucchevole leggenda di un brancatismo che, mentre rimane testimonianza e caposaldo di una grande tradizione letteraria, non ha più rapporto alcuno con la contemporaneità antropologica. In poche parole: che Crocetta sia omosessuale è affar suo; a noi interessa che sia un buon amministratore.



02/11/2012
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