Il Cavaliere Furioso
di Nino MIlazzo
E' stato uno spettacolo. Difficile dire se drammatico o ridicolo: forse l'una cosa e l'altra. Quella voce tremante e quel respiro affannoso hanno subito rivelato la tensione dell'uomo, un uomo alterato da un'incontenibile emozione collerica. Poi, a mano a mano che lo show della conferenza stampa di Villa Gernetto andava avanti, le parole di Silvio Berlusconi, tutta la sequenza del suo lungo discorso, hanno assunto un tono sbalorditivo, quasi surreale...

E' stato uno spettacolo. Difficile dire se drammatico o ridicolo: forse l'una cosa e l'altra. Quella voce tremante e quel respiro affannoso hanno subito rivelato la tensione dell'uomo, un uomo alterato da un'incontenibile emozione collerica. Poi, a mano a mano che lo show della conferenza stampa di Villa Gernetto andava avanti, le parole di Silvio Berlusconi, tutta la sequenza del suo lungo discorso, hanno assunto un tono sbalorditivo, quasi surreale. E hanno prodotto l'irresistibile effetto di evocare il Charlie Chaplin del "Grande dittatore".
Quella alla quale abbiamo assistito sabato pomeriggio in diretta televisiva è stata l'esplosione estrema di un gigantesco ego. Innescata dalla sentenza del tribunale di Milano che ha condannato l'ex premier a quattro anni di reclusione per frode fiscale, la deflagrazione ha fatto volare gli stracci di tutta intera l' insensatezza politica, che è tipica di questo debordante personaggio abituato ad atteggiarsi e comportarsi da padrone e, quindi, aduso a trasformare le sue questioni personali in un ordigno di portata pubblica.

Il prologo di questa ennesima dimostrazione di arroganza è stata la dichiarazione da lui resa al maggiore telegiornale di famiglia con la quale, a seguito della condanna subita, ha annunciato la revoca della decisione, presa pochissimi giorni prima, di fare il cosiddetto "passo indietro", rinunciando cioè a candidarsi alla carica di presidente del Consiglio. A questo proposito, non si può escludere l'ipotesi di chi suppone che Berlusconi avesse promesso di farsi da parte per averne in cambio l'assoluzione in tribunale, non si sa se sulla base di una semplice aspettativa personale o di uno scambio concordato. L'assoluzione non c'è stata. E, quali che siano i retroscena di questa vicenda, resta il fatto che la sentenza del tribunale di Milano ha cambiato tutto, spingendo Berlusconi a immettersi su una nuova linea di condotta.
Appuntamento al pomeriggio, dunque, per i chiarimenti del caso. Ed eccoci davanti al teleschermo per seguire lo speciale collegamento con Lesmo, Brianza, dov'è situata la villa Gernetto, una delle tante che fanno parte del patrimonio imperiale berlusconiano. In prima fila alcuni dei devoti più devoti fra i berluscones , maschere di una livida sudditanza. E tutta la sala invasa da giornalisti e cameramen.

Arriva lui. Si comincia. Berlusconi è in preda a una visibile agitazione. Il cratere sta per aprirsi a un torrente di polemiche di fuoco. La rabbia vulcanica del cavaliere si avventa innanzi tutto contro la Germania e l'Europa di Bruxelles e Francoforte. Poi, dopo avere cercato confusamente di illustrare le sue teorie di politica finanziaria, scarica il suo antico rancore contro la cancelliera Merkel e l'ex presidente Sarkozy che, con quel loro memorabile sorrisetto di scherno, hanno tentato - ricorda- di "assassinarlo politicamente". La sorpresa maggiore, però, deve ancora arrivare. E prorompe quando, sull'onda della sua indignazione per quella che definisce la barbarie della "repubblica giudiziaria" che - secondo lui - lo perseguita, muove un attacco inatteso e brutale al governo Monti, addebitandogli tutte le nefandezze dettate - è ancora il suo parere- dall'egemonia germanica che incombe sull'Europa (un'accusa che dimentica - voglio sottolinearlo - l'operazione anti-spread promossa e portata a termine da Monti nonostante l'opposizione della Bundesbank).

Berlusconi boccia senza alcuna attenuante il governo dei tecnici, che ha prodotto esclusivamente - dice - tasse e recessione Si resta allibiti. Ma come: non è lui che ha benedetto l'ingresso del suo partito nella "strana maggioranza" che sostiene Monti e che finora ha approvato quasi tutti i provvedimenti varati dal governo dei tecnici? Non è lui che ha somministrato massicce dosi di calmante ai suoi collaboratori più riottosi che volevano buttar giù il professore entrato a Palazzo Chigi? E non è ancora lui che, appena pochi giorni fa, ha indicato in Monti un insostituibile argine in questo momento contro il precipitare della crisi? Tutto dimenticato, tutto cancellato, nello spazio di poche ore.
Così Berlusconi ha rovesciato il tavolo. All'improvviso e senza alcun preavviso, ha ribaltato il suo giudizio e la sua posizione nei confronti Monti. Quale la ragione di questo brusco ripensamento? Berlusconi non l'ha spiegato. C'è un solo punto di questo "giallo" che risulta irrefutabilmente chiaro. Egli ha cambiato idea sul suo proclamato disimpegno motivando esplicitamente il mutamento di rotta con la sentenza che lo ha condannato alla galera. Ha detto che vuol dedicarsi alla riforma della Giustizia ribadendo, bontà sua, la rinuncia a correre per il ritorno a Palazzo Chigi e confermando di conseguenza le primarie di dicembre nel PdL.

Ma da qui partono a raffica alcuni interrogativi sulle incongruenze dell'aggressiva orazione di Berlusconi. Ne citiamo soltanto due fra i tanti possibili. Prima di tutto: che cosa hanno a che fare i problemi della giustizia con la politica economica del governo? E, soprattutto, ha egli il diritto far pagare al Paese il prezzo dei suoi furori di imputato condannato, minacciando una crisi di governo particolarmente pericolosa in un momento in cui le tensioni sociali si stanno acuendo e mentre è in atto lo sforzo decisivo per mettere al sicuro il sistema-Italia sia pure attraverso sacrifici dolorosissimi e interventi persino odiosi a carico della collettività?

Altro che l'amore per l'Italia più volte invocato come guida del suo cammino di (improvvisato) statista. Oggi Berlusconi è un nemico della patria. E finché non uscirà definitivamente e completamente di scena, costituirà un'insidia per la stabilità del Paese e un ostacolo per le stesse fortune della parte politica che finora lo ha sorretto. I moderati - questo è fuori discussione - hanno un ruolo da svolgere nel concerto della nostra sofferente democrazia. E hanno altresì il diritto al rispetto di tutti. Ma questi auspicabili traguardi saranno raggiunti solo se, tutti insieme, sapremo finalmente diventare un Paese normale. Ed è evidente che l'anomalia, oggi più di ieri, si chiama Silvio Berlusconi.

Bando alle ipocrisie: sarà un bel giorno quello in cui il fallito leader della rivoluzione liberale deciderà di dedicarsi esclusivamente agli affari suoi. Che sono tanti. Naturalmente nessuno si aspetta che se ne convincano i fanatici come la Santanché. Ma Angelino Alfano, vittima sacrificale del suo presidente, lui, sì, dovrebbe capirlo, se non lo ha già capito. Molti italiani sono avviati sulla strada giusta di questa sana consapevolezza. Sicilia docet, anche quella che ha protestato disertando le urne. Il percorso che ci sta davanti, è molto lungo. Sarà completato solo quando la politica ritroverà efficienza e pulizia, quando la fiducia germoglierà laddove oggi regnano scetticismo e disperazione, quando il lavoro non sarà più il frutto proibito dei giovani. Di una cosa sono certo: il cambiamento non è un sogno, è una necessità.



30/10/2012
Gerenza | Scriveteci | Sostieni il dito | PubblicitĂ 
ildito.it - associazione Athena (p.iva 03944360878)