Club della stampa e saudade catanese
di Nino Milazzo
Il Club della Stampa? Ero convinto che fosse scomparso alcuni anni fa, non so dire quanti. E invece mi sbagliavo. Il Club della Stampa esisteva tant'è che è andato in fiamme. Nessuno, in tutto questo tempo, me ne aveva parlato. Leggo, ora, che era soltanto (o prevalentemente) una struttura balneare...

Vivere a Catania senza vivere Catania. E' quel che mi accade da qualche tempo. E non so precisarne la ragione. Forse è la vecchiaia che mi spinge nell'angolo di una cupa estraniazione o forse è la città che mi respinge. Ipotesi: solo ipotesi. Fatto si è, però, che la consapevolezza di questa oscura sindrome della mia presenza-assenza è riaffiorata leggendo la notizia dell'esplosione e l'incendio che hanno devastato il Club della Stampa.

Il Club della Stampa? Ero convinto che fosse scomparso alcuni anni fa,
non so dire quanti. E invece mi sbagliavo. Il Club della Stampa esisteva tant'è che è andato in fiamme. Nessuno, in tutto questo tempo, me ne aveva parlato. Leggo, ora, che era soltanto (o prevalentemente) una struttura balneare. E io, da qualche anno, non vado più al mare: stoltamente preferisco combattere le temperature crudeli della nostra estate, ormai nel segno del cambiamento climatico globale, mettendomi sotto il tiro del condizionatore d'aria del mio studio e di quello della stanza da letto, che prima mi rinfrescano e poi danno fuoco alle mie ossa e a quel che resta dei miei muscoli reumatizzati. Probabilmente è anche per effetto di questo mio disinteresse verso le risorse della balneazione che ignoravo l'esistenza del Club della Stampa.

Naturalmente, la scoperta del mio stupido errore mi ha sorpreso. E, appresa la notizia dell'incidente avvenuto sulla scogliera, anch'io, come Tony Zermo, sono stato avvolto dall'onda dei ricordi. Ma i miei sono ricordi meno dorati e, dunque, diversi da quelli che ci ha trasmesso Zermo, inguaribile e patetico maestro della saudade catanese. Niente di nuovo. A lui capita spesso di tingere di rosa anche i lati neri o grigi della storia cittadina. L'eccesso di amore, evidentemente, lo acceca al punto di privarlo delle sue facoltà critiche.

In questo caso, comunque, parzialmente lo capisco, ne comprendo il rimpianto. Zermo è stato uno dei soci più fedeli e uno degli animatori più tenaci del Club, come testimoniamo i suoi molti anni di presidenza. Al contrario di lui, io non sono mai stato un frequentatore assiduo del sodalizio, sia perché, in quel tempo lontano, il mio principale svago era il lavoro, sia perché non tutto del clima associativo e delle iniziative del Club mi attraeva. Nemmeno nei suoi anni di maggiore splendore.

Certo, nonostante queste mie riserve, non posso dimenticare che il Club organizzò e ospitò il mio esordio come conferenziere. Mi rivedo ancora oggi mentre, con la voce tremante per l'emozione, leggo un mio piccolo saggio dedicato alla saga dei Kennedy. Era il 14 giugno del 1968. Rammento con precisione la data perché proprio quel giorno morì Salvatore Quasimodo, il poeta che io avevo conosciuto poco tempo dopo la decisione dell'Accademia svedese di conferirgli il Nobel per la letteratura, una scelta che suscitò molto scalpore e altrettanta invidia nell'intellettualità italiana.

Un'altra occasione per me indimenticabile fu la serata in cui, nell'ampio giardino del Club gremito da centinaia di persone, venni presentato come nuovo condirettore de La Sicilia. Fu Mario Petrina a volere e a dirigere quell'incontro che mi permise di toccare il polso alla città, nella quale ero appena tornato dopo avere (sciaguratamente) deciso di dimettermi dall'incarico di vicedirettore dal Corriere della Sera, nel quale ero stato da poco confermato. Era l'estate del 1987. L'esperienza in viale Odorico da Pordenone non ebbe un esito fortunato a causa di un duro dissenso con l'editore, esploso diciotto mesi dopo il mio insediamento al vertice del quotidiano, sicché ben presto dovetti rientrare a Milano per sfuggire alla disoccupazione. Qui mi attendeva l'avventura de L'Idipendente, che finì anch'essa tempestosamente e prematuramente a causa del profondo dissidio insorto nel mio rapporto con Vittorio Feltri. In sostanza, avvenne che, da direttore subentrato a Ricky Levi, Feltri mi ingannò facendo deviare in direzione smaccatamente filoleghista la linea politico-editoriale del giornale, un giornale - si noti - che, anche col mio personale contributo di vicedirettore vicario, era nato per realizzare un modello di informazione anglosassone.

Dopo tante vicissitudini, nel !993 eccomi, dunque, di nuovo a Catania. E stavolta il ritorno fu definitivo. Trascorsero un paio di anni e, inaspettatamente, mi accadde di essere sottoposto a insistenti pressioni da parte di un gruppo di amici che mi volevano alla presidenza del Club della Stampa. Dopo un'iniziale resistenza, cedetti. E mal me ne incolse, come si dice. Perché la situazione che vi trovai si rivelò subito insostenibile. Appena pochi giorni mi bastarono per rendermi conto, infatti, che l'ambiente era attraversato e intossicato da conflitti, rancori, rivalità laceranti. Purtroppo, nessuno mi aveva avvertito che era in corso da tempo un'implacabile faida interna. Fuggii, spaventato. E anche sdegnato. E se ora lo ricordo è perché si sappia che il Club della Stampa è stato anche questo: un piccolo inferno di ambizioni mediocri e di inimicizie velenose. Ma non ditelo a Zermo. Tanto lui lo sa, anche se preferisce usare la sua miracolosa vernice rosa, che tutto addolcisce e rimuove, che si tratti di Club della Stampa o di altro. Colpa, sempre, della saudade targata Liotru. E, in fondo, di quel sicilianismo che è una nostra malattia antropologica.



14/09/2012
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