Falcone e Borsellino
e la speranza dei giovani 
Allo Sheraton di Catania Enzo Bianco e Giuseppe Ayala hanno ricordato i due magistrati uccisi da Cosa Nostra vent'anni fa. L'occasione offerta dalla presentazione dell'ultimo libro, "Troppe Coincidenze", del magistrato che rappresentò la pubblica accusa nel maxi processo. «Il peso di corruzione, evasione e mafie è pari a dodici manovre Monti ogni anno - ha detto -. Per risollevarci dobbiamo fare bene il nostro mestiere di cittadini» 

La necessità di fare bene "il nostro mestiere di cittadini" è il messaggio indirizzato soprattutto ai giovani, la speranza per il futuro della nostra terra. E' su di loro che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino riponevano auspici di un domani migliore ed è quanto emerso dall'incontro di oggi pomeriggio allo Sheraton di Catania, protagonisti il senatore del PD Enzo Bianco e il magistrato Giuseppe Ayala, che ha presentato il suo secondo libro "Troppe coincidenze. Mafia, politica, apparati deviati, giustizia: relazioni pericolose e occasioni perdute". Organizzato dall'associazione Pandora e moderato da Francesco Santocono (non è potuto intervenire invece il vicepresidente di Confindustria Ivan Lo Bello per sopraggiunti impegni), in una sala gremitissima l'incontro è filato via, intenso e partecipato, sulle ali del ricordo dei due magistrati uccisi da Cosa Nostra vent'anni fa e sulle riflessioni scaturite dall'ultima fatica editoriale di Ayala.

Enzo Bianco ha ripercorso il quasi comune cammino politico con Ayala (proprio nel '92, nel Pri furono capilista per la Camera nelle circoscrizioni della Sicilia orientale ed occidentale, grazie al rinnovamento voluto da Giorgio La Malfa), ha ricordato l'amicizia con Falcone e il carattere di Borsellino, si è soffermato su come «entrambi i magistrati non appartenevano a quella genia di siciliani che danno la colpa dei loro problemi ad altri. Certo - ha aggiunto Bianco - i governi nazionali hanno delle responsabilità storiche del nostro mancato sviluppo, ma loro avevano intuito che la colpa di quello che capita in Sicilia è principalmente dei siciliani. Avevano capito che la partita si gioca sui nostri ragazzi, ed è questa la scommessa che dobbiamo affrontare e vincere».

Bianco ha poi rivelato di avere strappato due promesse ad Ayala: la prima, di portare in scena a Catania, il prossimo autunno, il monologo tratto dal suo primo libro ("Chi ha paura muore ogni giorno"); la seconda, «nella primavera del 2013, se deciderò di candidarmi alle amministrative di Catania, ti chiedo di essere fortemente al mio fianco in campagna elettorale per riaffermare il valore della legalità». Invito a cui Ayala non ha potuto che rispondere positivamente: «Verrò tutte le volte che vorrai».

Poi il magistrato, ex parlamentare, si è soffermato sul suo libro, sulle strane coincidenze di questi ultimi vent'anni («erano fatti i giochi per l'elezione di Andreotti al Quirinale, ma dopo la strage di Capaci, il 23 maggio, tutto cambiò, lo stesso Andreotti lesse quella strage come un atto che gli sbarrava la strada del Colle. Infatti venne eletto Scalfaro»). Tra queste, nel '94, l'improvviso stop alle stragi mafiose cominciate nel '92 e '93: «Cosa successe? Nacque la seconda Repubblica», ha nicchiato Ayala. A buon intenditor... Il magistrato non ha mai nascosto come la pensa, ha puntato l'attenzione sui mali dell'Italia, sulla lentezza della giustizia («che ho trovato ancora più lenta di prima, quando, dopo 16 anni, sono rientrato in magistratura»), problema che non si vuole risolvere anche se sarebbe «facilissimo» (ma della proposta di riforma formulata da lui con l'allora ministro Flick non se ne fece niente per non compromettere la Bicamerale).

E poi l'Italia, il cui problema principale «è un tasso di illegalità sconosciuto ad altri paesi occidentali - ha detto Ayala -. L'Italia è vittima della "sindrome del furbo". Ci lamentiamo della manovra Monti da 30 miliardi, senza renderci conto che ogni anno la corruzione ci costa 70 miliardi, l'evasione 154 miliardi e le mafie fatturano circa 160 miliardi: insomma, sopportiamo ogni anno il peso silenzioso di 12 manovre Monti. Se non cambiamo - ha concluso il magistrato-scrittore - siamo un Paese che non ha futuro. Ma possiamo cambiare soltanto se ognuno di noi farà con più serietà il mestiere di cittadino, mestiere che facciamo con troppa sonnolenza. Sono ottimista per formazione mentale, ma ci dobbiamo svegliare».

 



23/07/2012
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