
Paolo Mieli aveva proposto di commissariare il Sud. E la risposta, ben più radicale, dei siciliani non si è fatta attendere. E' arrivata sotto forma di un movimento di "forconisti" che, in un torbido scenario di ribellismo vecchio stampo, è riuscito a mettere le manette alle istituzioni e alla politica, travolgendo tutti i presidi di legalità. Poteva e doveva essere una comprensibile e legittima protesta civile contro il precipizio dell'economia e dell'occupazione nell'isola; si è trasformata in qualcosa di profondamente diverso. Non una mobilitazione ordinata e controllata, dunque, ma una confusa concitazione di massa pervasa da un qual certo spirito da jacquerie: questo e non altro è stata la rivolta che in questi giorni ha messo in ginocchio la Sicilia. Qui, per quasi una settimana, la democrazia è stata davvero sospesa e i diritti dei cittadini , assieme ai loro bisogni, sono stati calpestati. E non è detto che l'incendio sia definitivamente domato.
Ora, dinanzi alla gravità di ciò che è accaduto, è evidente che non si può restare inerti o indifferenti, limitandosi a una rassegnata archiviazione della "pratica". Per come sono andate le cose, si avverte l'esigenza di un'analisi attenta e rigorosa che permetta di fare chiarezza su tutte le dinamiche, le responsabilità e ambiguità dei fatti. Troppe le ombre, infatti, e altrettanti gli interrogativi, qualcuno anche molto inquietante, che si addensano attorno alla genesi, all'azione e agli obiettivi della eterogenea coalizione di "guerriglieri" che ha stretto d'assedio le città siciliane provocando in tutto il territorio inaccettabili disagi alla popolazione e pesanti danni alle aziende. Andando oltre le motivazioni e rivendicazioni di ordine economico che sono state urlate dalle schiumanti squadre di indignados in "formato Trinacria", si tratta di capire chi sono e che cosa vogliono veramente gli strateghi della cosiddetta "Forza d'urto".
Questa domanda di chiarezza non è assolutamente dettata da insane attitudini repressive né tende a criminalizzare tutte le migliaia di persone che hanno voluto testimoniare lo stato di particolare sofferenza in cui versano alcune categorie produttive siciliane - gli agricoltori, i pescatori, gli autotrasportatori - nel quadro già preoccupante del generale malessere prodotto dalla crisi nazionale e internazionale. Nessuno, insomma, può disconoscere le ragioni della protesta e, con esse, la buona fede di una gran parte di coloro che l'hanno attuata. Ciò che è in discussione è altro: innanzi tutto gli spregiudicati metodi che sono stati scelti e imposti dagli agitatori in cabina di regia col palese intento di conferire la maggiore potenza possibile alla sfida lanciata contro lo Stato e la Regione, ma le cui conseguenze si sono abbattute unicamente sui cittadini siciliani. Ebbene, non è normale né tollerabile che gruppi sociali in lotta rovescino su un'intera comunità tutto il peso della loro battaglia. Ma questo è proprio quel che è stato cinicamente programmato ed è successo. La Sicilia, tutta la Sicilia, è stata tenuta in ostaggio dai rappresentanti di alcune categorie che l'hanno privata per diversi giorni di ogni genere di approvvigionamenti. Vogliamo definire questo comportamento? Esiste un preciso sostantivo per farlo: ricatto.
Uno dei punti più oscuri da chiarire è, poi, quello delle presenze mafiose notate fra i dimostranti e denunciate dai vertici regionali di Confindustria. Il fronte dei Forconi respinge l'accusa. Ma Ivan Lo Bello, presidente di Sicindustria, replica annunciando un circostanziato esposto alla magistratura. Aspettiamo e vedremo. Si vuol sapere se, in quale misura e con quali finalità e complicità il potere mafioso è intervenuto sulle leve della protesta. Ma sin da ora è facile rilevare - con amaro, amarissimo realismo - che questo tipo di intromissione appare molto probabile e, se confermato com'è prevedibile, non potrà suscitare sorpresa alcuna trattandosi di un episodio del tutto rispondente alla sintomatologia dell'antica indomabile malattia siciliana. Se da decenni, infatti, la mafia trova spazio - eccome se lo trova, purtroppo - nella politica, nelle istituzioni, nell'economia, perché mai dovremmo stupirci se è attiva in una vasta azione di protesta come quella alla quale abbiamo appena assistito e stiamo ancora assistendo?
Questo nulla toglie, naturalmente, alla necessità di indagare sugli eventuali interessi e intrecci criminali che si fossero insinuati nel sottosuolo di questa sollevazione dei Forconi. Accanto a questo processo, però, ce n'è un altro, anch'esso importante, da aprire e da aprire hic et nunc. Esso non appartiene alla competenza della magistratura, ma alla coscienza e alla sensibilità dell'opinione pubblica e dei media, che la rappresentano (o dovrebbero rappresentarla). Questo processo è rivolto alla politica, alla sua afasia e alla sua incapacità di mediare fra gli opposti interessi e i diversi soggetti sociali che si muovono all'interno della collettività siciliana come di qualunque altra collettività.
I fatti parlano chiaro. Davanti agli allarmanti sviluppi di questa emergenza i partiti, come paralizzati, altro non hanno fatto se non arroccarsi in una imbarazzante immobilità e in un imbarazzato silenzio. Né si è comportato meglio il governo regionale con i suoi balbettii e la sua ormai cronica inconcludenza, nemmeno mascherata ormai dalle vacue parole che un tempo riempivano le molte promesse poi non mantenute e i tanti programmi presto dimenticati. E completamente disinteressato si è finora mostrato anche il governo centrale, in tutt'altre faccende affaccendato nell'imperversare della crisi che tiene nella morsa l'Italia e l'Europa dell'euro. Come sempre, la Sicilia può attendere. Se ne parlerà il 25 gennaio, quando il presidente Monti riceverà il governatore Lombardo.
L'inerzia della politica siciliana in queste ultime drammatiche circostanze costituisce l'ennesima conferma di una antica tradizione di subalternità e inaffidabilità, tradizione che presenta davvero poche eccezioni. Di essa conoscevamo soprattutto la speciale destrezza con cui riesce a conquistare il consenso degli elettori. Salvo poi tradirlo una volta acquisito. Niente di nuovo, insomma. Sarebbe ingiusto,però, attribuire alla classe politica siciliana tutte le responsabilità dello storico deficit che caratterizza la condizione sociale ed economica dell'Isola. Esistono altri attori da mettere metaforicamente alla sbarra. Primo fra tutti proprio lo Stato che da 150 anni ci lesina o addirittura ci nega le attenzioni e le opere di cui abbiamo bisogno (ultimo esempio di discriminazione la scandalosa situazione nel settore ferroviario). Ugualmente negativo è l'atteggiamento dei petrolieri che avvelenano la Sicilia e nello stesso tempo le infliggono la prepotenza di prezzi insopportabilmente esosi.
Al netto del tipico vittimismo che generalmente accompagna e deforma ogni rivendicazione siciliana, diversi altri "imputati" indubbiamente potrebbero trovar posto in un cahier de doléances di questo genere. Ma è anche vero che, se la Sicilia resta debole e se continua ad accumulare ritardi su ritardi nella corsa per lo sviluppo, è soprattutto perché non riesce realizzare le due precondizioni necessarie per compiere il sospirato scatto in avanti: cioè liberarsi del cappio mafioso e nello stesso tempo poter contare finalmente su un ceto politico efficiente sul piano amministrativo e in grado, da un lato, di proporsi come interlocutore credibile dello Stato e, dall'altro, di sostenere con efficacia il confronto con i "poteri forti" (i quali non sono affatto delle entità astratte, come ci insegna appunto il ruolo dei petrolieri nell'Isola).
Come dire: ciò di cui c'è bisogno è una santa rivoluzione: sì, insomma, una rivoluzione culturale. Ma questa speranza di rinnovamento non può certo essere affidata alla subcultura dei Forconi, il cui esordio è stato battezzato, tra l'altro, con il piccolo rito di un tricolore dato alle fiamme da un balilla del neoseparatismo siculo o forse più semplicemente e modestamente dell'ultra- autonomismo che sta crescendo nel pittoresco giardino sicilianista.


