Rieccoli. L'illusione che l'avvento del governo dei tecnici ci avrebbe risparmiato per qualche tempo lo spettacolo deprimente della politica e dei politici che alimentano l'antipolitica è durata poco. Non sono trascorsi nemmeno due mesi dalla nomina di Mario Monti e di nuovo siamo stati costretti a vedere sfilare sulle passerelle istituzionali e mediatiche personaggi e situazioni che avremmo preferito tenere il più a lungo possibile lontani dai nostri occhi e dalla nostra memoria. Il giorno dell'amaro risveglio è stato giovedì 12 gennaio, quando fra Montecitorio e Palazzo della Consulta si sono consumati due eventi che, per una ragione o per l'altra, ci hanno riportato alle acri atmosfere tipiche di questa tormentata legislatura della seconda Repubblica.
Vale la pena cercare di ricostruirla, questa giornata, e ricostruirne i significati. Alla Camera è ricomparso Nicola Cosentino, l'ex sottosegretario all'Economia del governo Berlusconi e coordinatore (ora dimissionario) del PdL in Campania, accusato di vari reati riassumibili in un addebito ben preciso e altrettanto grave: collusione con il clan dei casalesi, maggiore potenza del continente-camorra.
Il suo caso è stato riproposto all'esame dei deputati per stabilire se si dovesse accettare o respingere la richiesta di arresto formulata a suo carico dalla magistratura di Napoli al termine di un iter procedurale transitato attraverso diversi livelli giurisdizionali. La richiesta - come si sa- è stata bocciata: 298 sì e 309 no all'arresto. E su questo risultato nessuno può eccepire: tutto regolare. Secondo la maggioranza formatasi a Montecitorio, non sussistevano sufficienti ragioni per far rinchiudere Cosentino fra le mura di Poggioreale. Questo il verdetto parlamentare nella sua essenzialità. Ma se si va oltre la legge e il linguaggio dei numeri, si nota che i conti non sono proprio chiari.
Il voto doveva essere imperniato sulla eventuale esistenza, così nella condotta come nelle carte degli uffici giudiziari di Napoli, di elementi comprovanti un sostanziale fumus persecutionis. In realtà tutto sta a indicare che se il precedente giudizio della Giunta per le autorizzazioni a procedere, che si era espressa per la carcerazione del discusso politico campano, è stato rovesciato in aula è perché le valutazioni politiche hanno avuto il sopravvento su quelle etico-giuridiche. A prescindere dal contenuto delle risultanze processuali, in sostanza, Cosentino doveva essere salvato. E salvato a tutti i costi: ecco la parola d'ordine che è passata nel PdL. Diversamente, si prospettava il rischio di una reazione che avrebbe potuto spingersi fino al punto di determinare una nuova crisi di governo con il conseguente blocco dell'operazione di salvataggio che Mario Monti sta faticosamente conducendo per sottrarre l'Italia alla morsa della crisi.
Lo aveva fatto intendere abbastanza chiaramente uno dei "falchi" dello stato maggiore berlusconiano ancora in servizio, cioè Fabrizio Cicchitto. E di questa estrema determinazione si è avuta conferma, quando, per ribaltare una situazione che sembrava ormai compromessa, è sceso in campo personalmente Silvio Berlusconi. E Berlusconi ha vinto. Ha vinto incuneandosi abilmente in territorio leghista e sfruttando la guerriglia che si è accesa attorno al dualismo Bossi-Maroni.
Dunque, questa ennesima vertenza politica-magistratura è stata, per il momento, disinnescata. Ma gli insegnamenti e gli effetti della vicenda non sono di poco significato. Li compendiamo nel modo seguente.
1) L'andamento e l'esito dell'affaire Cosentino dimostrano che Berlusconi è ancora forte. Lo testimonia, innanzi tutto, la capacità di manovra con cui è riuscito a superare le pesanti difficoltà di questa situazione, rilanciando il vecchio patto di mutuo soccorso con Bossi, che è scattato ancora una volta nonostante le astiose polemiche che hanno accompagnato in queste ultime settimane i rapporti fra PdL e Lega a causa del loro diverso posizionamento rispetto al governo Monti. E lo documenta anche la forza di mobilitazione che il Cavaliere riesce ad esercitare all'interno del suo partito, che è, sì, malconcio e diviso, ma ancora animato da uno spirito di corpo, per così dire, che si è manifestato persino attraverso le scomposte dimostrazioni di giubilo alle quali si sono abbandonati i deputati berlusconiani dopo il salvataggio di Cosentino. E questi sono tutti segnali di una vitalità che le altre forze politiche non possono non raccogliere e interpretare nella prospettiva dei futuri confronti elettorali.
2) L'altra faccia della medaglia di questa dura controversia politica accesasi attorno al caso del boss politico campano mostra in maniera inequivocabile il marasma in cui è precipitata la Lega dopo le sbornie governative di questi anni. Il Carroccio, che a suo tempo si era schierato al fianco di Cosentino in omaggio all'alleanza con Berlusconi, stavolta sembrava saldamente attestato su posizioni opposte rispetto ad allora-. E' stato l'ex ministro dell'Interno Maroni ad annunciare, infatti, a nome del Movimento la decisione di rispondere col pollice verso al dilemma sospeso sulla sorte dell'ex sottosegretario, decisione apparentemente destinata a segnare un'ulteriore presa di distanza dall'ex presidente del Consiglio.
A conferma di questo indirizzo, i due membri padani della commissione per le autorizzazioni a procedere, si sono uniti al gruppo dei parlamentari favorevoli all'accoglimento dell'istanza pervenuta dal Palazzo di Giustizia di Napoli. A questo punto, il colpo di scena. A poche ore dal voto della Camera, Bossi si incontra nottetempo con Berlusconi e si lascia convincere a rivedere l'atteggiamento della Lega. Così, sconfessando Maroni, Bossi decreta che i parlamentari del Carroccio non sono sottoposti ad alcun vincolo: possono votare come credono. Libertà di coscienza, insomma, proclama il Senatur. Ma il senso del messaggio è un altro: In realtà egli ordina di andare ancora una volta in soccorso di Berlusconi, smentendo clamorosamente e brutalmente l'uomo che insidia la sua leadership. Non tutti obbediscono, ma alla fine Cosentino è in salvo. E Maroni, umiliato e sconfitto, può solo commentare: "Si fosse trattato di un cittadino qualunque, sarebbe finito in galera".
Ora non ci sono più dubbi né possibilità di equivoci: la Lega è spaccata in due. La disputa su Cosentino ha squarciato tutti i veli con cui, fino a ieri, si era cercato di coprire la rottura fra il vecchio capo e l'ex ministro. E, in questa situazione, sta emergendo più evidente che mai il carattere autoritario del sistema-Lega. Con un gesto di inoppugnabile stile fascista o stalinista, infatti, Bossi, chiuso dentro il "cerchio magico" della sua guardia tribale, ha risposto alla sfida disponendo l'esclusione di Maroni da ogni manifestazione ufficiale del movimento. Poi il drastico provvedimento è stato ritirato, ma i tarallucci e vino - si sa- non servono mai a mascherare o addirittura risolvere contrasti politici così profondi e aspri come quello che contrappone le due figure di vertice del Carroccio.
A questo punto, nessuno può prevedere quali saranno gli esiti di questa incruenta guerra civile scoppiata nelle terre di Padania. E' certo, però, che siamo al culmine di una crisi che, sta liberando i peggiori istinti di questa forza politica del Nord che a Roma ha ampiamente dimostrato di non saper governare e che ora non ha più nemmeno la capacità di fare seriamente l'opposizione.
E' una regressione che si manifesta in forme diverse. Chi non ricorda, per esempio, le parole con le quali "Asterix" Calderoli commentò il discorso di fine anno del Capo dello Stato? "Ha parlato come un Cetto la Qualunque": questo fu il giudizio oltraggioso che l'ex ministro del governo Berlusconi dedicò all'Italiano oggi più rispettato al mondo. (Qualcuno, in verità, dovrebbe spiegargli che il vero Cetto la Qualunque è proprio lui: lui, il ministro che amava circolare in bermuda).
Dopo le volgarità di Bossi elevate a strumenti di comunicazione, quello di cui si è reso protagonista Calderoli è uno degli ultimi sconfortanti episodi che segnalano la deriva che sta spingendo la Lega verso un precipizio di indecenza politica. E lo stesso giudizio può essere applicato alla trovata del vertice padano di andare a piazzare i soldi della Lega in Tanzania e a Cipro.Eppure la democrazia italiana dovrà fare i conti con questa oligarchia che amministra e rappresenta la parte più sviluppata del Paese. Una grande anomalia, fra le tante, dell'Italia in affanno.
L'altro evento da ricordare, accanto al voto della Camera sul caso Cosentino, è il responso negativo della Corte costituzionale ai quesiti dei referendum proposti con lo scopo di cancellare la legge elettorale detta porcellum, che fu opera, come si sa, di Calderoli (ancora lui). Quando le motivazioni della sentenza saranno rese note,gli specialisti ci spiegheranno in maniera approfondita la ratio che ha guidato la scelta della Consulta inducendola a pronunciare una bocciatura, che delude le aspettative del milione e duecentomila cittadini che hanno apposto le loro firme in calce alla richiesta referendaria.
Già oggi è, tuttavia, possibile comprendere le ragioni di massima che stanno alla base del "no" della Consulta. Queste ragioni consistono nel fatto che l'abrogazione del porcellum avrebbe comportato il ripristino del Mattarellum, cioè di una legge estinta nel 2005. E la giurisprudenza costituzionale - ha osservato Michele Ainis sul Corriere della Sera - esclude le resurrezioni " anche perché altrimenti - nota ancora con arguzia lo stesso articolista- se un referendum sancisse l'abrogazione dell'ergastolo, otterrebbe il paradossale effetto di ripristinare la pena di morte".
Nonostante questa battuta di arresto, che peraltro era prevedibile, la speranza di restituire al più presto un autentico potere di rappresentanza al Parlamento, purtroppo abitato oggi da nominati non da eletti, non si è completamente dissolta. Ma lo scetticismo è d'obbligo sapendo che la questione passa ora nelle mani della politica.
L'amarezza di quest'esito, che apre scenari di incertezza su un terreno delicato qual è quello delle regole elettorali, è comprensibile. E, tuttavia, nulla può giustificare le avventate dichiarazioni con cui Di Pietro ha accolto la sentenza della Corte costituzionale sui referendum. E' davvero una sciocchezza affermare, come egli ha fatto, che in questa circostanza la Consulta "ha preso una decisione politica, non giuridica per far piacere al Capo dello Stato". Di Pietro dovrebbe rendersi conto che questo suo comportamento riproduce, né più né meno, il metodo che è stato a lungo praticato da Berlusconi, il quale - lo ricordiamo bene -, era solito rovesciare la colpa di ogni avversità sulla presunta partigianeria dei "troppi" giudici di sinistra presenti nella Consulta o addirittura sulla eccessiva severità del Quirinale. Anche quello di Di Pietro, insomma, è un brutto segnale, che fa presagire, fra l'altro, fratture insanabili nell'arco del centrosinistra.
In definitiva,un giorno da dimenticare questo 12 gennaio che ci ha fatto conoscere il brivido di un ritorno al passato con tutto il carico delle sue nequizie. Non ce lo possiamo più permettere. Mentre l'Italia è sotto attacco assieme al resto dell'Europa oggi )e anche domani) c'è solo bisogno di concordia e di senso del sacrificio e della responsabilità.


