Il "miracolo" di Carlo Azeglio Ciampi si compì fra il 1996 e il 1998. L'Italia doveva produrre uno sforzo immane per entrare nell'Eurozona. Ma lo storico obiettivo sembrava inizialmente irraggiungibile perché lo stato della nostra finanza pubblica era del tutto incompatibile con i cosiddetti parametri di Maastricht: un enorme debito pubblico e un rapporto bilancio-pil ben più alto del tetto fissato dal trattato istitutivo della moneta unica europea. Sembrava un'impresa impossibile. Ma Ciampi, che era stato per quattordici anni governatore della Banca d'Italia prima di essere chiamato nel 1993 alla presidenza del Consiglio di un governo tecnico di transizione, riuscì da ministro del Tesoro di Romano Prodi a portare a termine l'operazione adottando una terapia di straordinaria efficacia e facendo valere tutto il prestigio di cui godeva in Europa. Il rapporto bilancio-pil venne portato al canonico livello del 3% mentre il differenziale fra i nostri titoli di Stato e i Bund tedeschi, che aveva toccato quota 530, fu ridotto ad appena trenta punti. Un "miracolo" appunto, che permise al nostro Paese di entrare a far parte del gruppo dell'euro. Pochi mesi dopo, il 13 maggio 1999, Ciampi sarà eletto, a primo scrutinio, Presidente della Repubblica.
In queste settimane di paura, mentre le scosse della crisi si susseguono, quel capolavoro di Ciampi viene evocato da chiunque si interroghi sull'esito del terremoto che sta scuotendo l'Italia, primo dei Paesi a rischio dell'area del'euro. Allora ce la facemmo:ce la faremo anche stavolta? Questa è la domanda che politici, economisti e opinionisti si pongono. Ma non esiste - non può esistere - una risposta univoca. Per formarsi un'idea del grado di incertezza che caratterizza questo momento storico, basta aver letto gli editoriali dei maggiori quotidiani italiani andati in edicola la vigilia di Natale. Sul "Corriere della Sera" c'era un articolo in cui si additava nella rigenerazione della fiducia in noi stessi il vero propellente utile per fare uscire il Paese dall'orbita della crisi. E ciò sulla base dei precedenti storici: quelli che ci parlano di un popolo che sa dare il meglio di sé quando si trova ad affrontare le peggiori avversità.
Sul fronte opposto, l'articolo de "la Repubblica", che manifestava una preoccupazione assai vicina al pessimismo descrivendo il garbuglio di una situazione in cui lo schiacciante debito pubblico, di cui siamo da molto tempo malaccorti titolari, s'incrocia con una incombente recessione. Ebbene, semplificando al massimo la lettura e l'interpretazione dei fatti, si perviene alla conclusione che è proprio questo crocevia micidiale a provocare e alimentare la persistente sfiducia dei mercati, testimoniata dall'indomabile pressione di quell'infernale marchingegno chiamato spread.
Due tesi e due visioni diverse, dunque. Qual è quella più credibile? C'è o no, ancora, un reale spazio per la fiducia? Il comune buon senso suggerisce che anche in questa tempesta l'Italia ha innanzi tutto bisogno di mobilitare tutte le proprie risorse di creatività, di coraggio e di laboriosità. Ma è anche vero che alcuni dati oggettivi si traducono inoppugnabilmente in altrettanti segnali di pericolo (fra questi, le prossime aste di Bot e Btp che restano una prova impegnativa nonostante l'esordio incoraggiante del 27 dicembre).
Se questa ottica è valida, ne consegue che il caso-Italia rappresenta per ora una incognita indecifrabile. Va anche rilevato che, benché presenti una sua specifica peculiarità, essa ha una sostanziale dimensione europea, nel senso che la sorte del nostro Paese è legata a doppio filo con quella dell'intera eurozona, Insomma, ci si salva o si naufraga tutti insieme. E, dunque, l'Italia indubbiamente deve fare la sua parte, ma anche i suoi partner, soprattutto i maggiori,cioè Germania e Francia, hanno delle precise responsabilità da assolvere se vogliono scongiurare il peggio. Col trascorrere delle settimane, risulta infatti evidente che lo scenario disegnato al termine dell'ultimo Consiglio europeo non garantisce affatto il superamento del campo minato sul quale l'euro potrebbe saltare in aria. Occorrono altre misure, prima fra tutte quella relativa a un disegno di rilancio generale della crescita.
Proprio questa esigenza, ci riporta al versante italiano della crisi. Il governo Monti ha messo mano alla cosiddetta fase due della manovra con il varo dei primi provvedimenti ritenuti necessari per una politica di sviluppo che, arginando gli effetti della recessione ormai in atto, aiuti la ripresa dei consumi e compensi in termini di equità gli squilibri determinati dalla prima mossa del piano anticrisi messo in campo dopo i gravi ritardi e strafalcioni della compagine Berlusconi. Ora, naturalmente, è presto per stabilire se gli interventi della fase due serviranno a integrare veramente ed efficacemente le misure della precedente manovra. Ma non è certamente prematuro prevedere che i tempi della loro attuazione non saranno brevi, anche perché sono da considerare scontate le resistenze che essi incontreranno, soprattutto su liberalizzazioni e riforma del mercato del lavoro.
In attesa di misurare e verificare l'entità e fattibilità di questa seconda manovra, sarebbe un errore escludere la politica da una corretta e completa lettura meramente italiana della crisi. Anche dopo l'avvento del governo dei tecnici, infatti, la politica conserva un decisivo potere condizionante sulla difficile gestione della crisi. E bene ha fatto Monti quando, con sapiente malizia, ha messo in chiaro che il ruolo dei partiti nella scelta delle strategie anticris è ben maggiore di quel che essi danno a intendere. Come per dire: attenzione: se le cose andranno male non sarà colpa esclusiva del governo.
La verità è che Monti e i suoi professori sono costretti a calibrare ogni decisione sulla base del gradimento o del dissenso di una parte o di entrambe le componenti più pesanti della maggioranza parlamentare. Altro che sospensione della democrazia. Nessuno ha fermato la macchina della democrazia se gli eletti (anzi: i nominati) che siedono a Montecitorio e a Palazzo Madama continuano ad esercitare il diritto costituzionale di approvare o bocciare le leggi. Niente alibi insomma: la politica sbaglia se pensa di sottrarsi al giudizio della gente quando il Palazzo impone la dura legge dei sacrifici. Né funziona il trucco conistente nel far passare in Parlamento i vari provvedimenti e poi condannarli bollandoli come inadeguati o ingiusti.
Tutto questo per dire che quello che stiamo attraversando non è solo l'inverno dell'economia e la finanza, ma anche una pessima stagione della politica. Siamo passati da un governo inetto e screditato a un governo debole, politicamente debole, e privo di un'autentica autonomia, esposto com'è ai gelidi spifferi della politica, sempre più chiusa nelle sue paure e nei suoi calcoli ed egoismi. E, purtroppo, il futuro non promette alcunché di buono. La rottura nel centrodestra ha già provocato l'imbarbarimento della Lega e minaccia di sgretolare il PdL. Nel centrosinistra, la triplice alleanza sancita con la fragile (e ingannevole) foto di gruppo scattata nel santuario dipietrista di Vasto sembra ormai un lontano ricordo, con Bersani che piange festosamente ai piedi di Monti, con Di Pietro che imperversa con la sua sgrammaticata opposizione di grossolano populista, con Vendola instancabile nella narrazione del dissenso di un partito, il suo partito, che non sta in Parlamento. Al centro, infine, Casini guida il convoglio del Terzo Polo coltivando l'ambizione di chiudere l'ultimo capitolo della questione cattolica radunando attorno a sé alcuni simil-leader sperduti nella diaspora postdemocristiana.
Ce n'è abbastanza per immaginare che questa terribile crisi, che sta avvelenando i nostri giorni, è destinata a modificare molto più che le nostre abitudini di vita, molto più che la nostra vecchia concezione di welfare, molto più che le strutture dell'economia, molto più che le logore istituzioni della Prima e Seconda Repubblica. Dovremo quasi certamente fare i conti con un nuovo assetto degli schieramenti dei partiti. E forse anche con una nuova idea di democrazia. Sarà un terremoto, sul quale - si suppone- nessuno potrà ridere, com'è invece crudelmente successo quando sono crollate le case dell'Aquila.


