
Dunque, non abbiamo più un'Europa a 27. Dopo l'ultimo drammatico vertice di Bruxelles, l'UE è formata da 26 Stati più uno, visto che il premier britannico David Cameron ha deciso di chiamarsi fuori dalle intese faticosamente raggiunte dagli altri leader nell'estremo tentativo di salvare l'euro dalla disintegrazione e quindi di scongiurare la minaccia di un evento catastrofico che travolgerebbe l'intero edificio europeo , colpendo anche i dieci Stati che, come il Regno Unito, non hanno voluto a suo tempo entrare nell'eurozona. E' inevitabile che la mezza secessione britannica getti un'ombra di forte preoccupazione sul futuro politico del Vecchio Continente. Ed è altresì chiaro che il "gran rifiuto" di Londra riapre vecchie ferite.
E' come se, improvvisamente, le lancette dell'orologio che segna il tempo storico dell'Europa avessero vorticosamente girato in senso antiorario, riportandoci indietro di quasi mezzo secolo, all'epoca in cui Charles De Gaulle si opponeva cocciutamente contro l'ingresso del Regno Unito nella Comunità a sei (Italia, Francia, Germania Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi), il nucleo fondativo di quel progetto unitario che, utopicamente concepito e lanciato da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni col memorabile Manifesto di Ventotene, ebbe il suo approdo e traguardo nel trattato di Roma del 1957. "Gli inglesi - diceva Monsieur le Général - sono il Cavallo di Troia degli Stati Uniti". E la diffidenza del padre della Granrdeur non era completamente infondata.
Benché ridimensionata dagli esiti della pur vittoriosa Seconda Guerra mondiale e ormai investita dai processi di decolonizzazione che stavano erodendo e destrutturando il suo formidabile Impero, la Gran Bretagna rimaneva in quel tempo una potenza di prima grandezza e, soprattutto, era il centro del Commonwealth, la grandiosa comunità che riuniva attorno ai simboli della corona britannica i vecchi Dominions (anche quelli ormai indipendenti) che ancora si riconoscevano nel corpus dei valori e delle tradizioni d'ordine giuridico e culturale tramandati dall'epoca coloniale. La politica di Londra era, allora molto più di oggi, fondata sul rapporto privilegiato con Washington e proiettata verso un orizzonte strategico spiccatamente euro-atlantico. Ed erano appunto questi gli orientamenti che più allarmavano la Francia gollista, per la ragione che essa li considerava un ostacolo ai disegni di egemonia che si proponeva di esercitare sull'Europa, magari in condominio con la risorta Germania.
Del resto, la Gran Bretagna non faceva nulla per attenuare i sospetti e le divergenze. Al contrario, a un certo punto, lanciò una sua sfida promuovendo la costituzione di una zona di libero scambio, l'EFTA, alla quale aderirono alcuni dei Paesi europei (Austria, Danimarca, Svizzera, Islanda, i tre Stati scandinavi e il minuscolo Liechtensteirn) che non erano entrati nella Comunità dei Sei. L'EFTA non ebbe vita lunga. Ma il braccio di ferro si protrasse fino a quando Pompidou non prese il posto di De Gaulle all'Eliseo. Finalmente, Il 1° gennaio del 1973 la Gran Bretagna si unì all'Europa, allargando per la prima volta il perimetro comunitario con l'ingresso anche di Danimarca e Irlanda. L'espansione continuò nei decenni successivi (gli ultimi ingressi risalgono al 2007 ) e dovrebbe essere completata prossimamente (sono in lista d'attesa l'Islanda e gli ultimi Paesi dell'area balcanica occidentale, mentre sembra tramontata la candidatura della Turchia).
In tutto questo tempo, segnato da importanti innovazioni (in primis, la moneta unica) ma anche da brusche battute d'arresto (la caduta del progetto di Costituzione, per esempio), il ruolo del Regno Unito all'interno dell'UE è stato quello di un socio particolare e diverso da tutti gli altri partner: attento più a tutelare la propria autonomia e sovranità che a sviluppare gli strumenti di coesione e di avanzamento politico e istituzionale dell'Europa.
Alla luce di questi precedenti, lo strappo che si è consumato pochi giorni fa a Bruxelles non sembra tanto il frutto imprevedibile di una situazione particolarmente difficile e controversa quanto il naturale naufragio di un matrimonio mal riuscito. E forse non è privo di un suo particolare significato simbolico il fatto che lo scontro più aspro verificatosi al vertice europeo sia stato proprio quello che ha contrapposto l'inglese Cameron e il francese Sarkozy: possiamo leggere in questa circostanza l'ennesima versione di un duello secolare che di tanto in tanto si ripropone? Dopo quel che è successo a Bruxelles, inoltre, sorge un altro interrogativo: dietro la spinta di questa rottura, l'Inghilterra si sta avviando sulla via di quell''isolamento che una volta rappresentava il segno del suo orgoglio e dei suoi splendori e che oggi potrebbe invece rivelarsi l'inizio di un declino?
Ogni giudizio è sospeso. E la storia continua. Il summit di Bruxelles è solo la prima tappa di una corsa lunga e incerta. L'Europa ha compiuto un primo importante sforzo per alzare un argine contro la crisi e per prevenire nuove cadute (sempreché si riesca a neutralizzare definitivamente il rischio di un crollo). Avendo come obiettivo maggiore una reale armonizzazione delle politiche fiscali, alcuni impegni sono stati già assunti. Si è deciso di sottoporre a controllo i bilanci e di sanzionare attraverso procedure automatiche i casi di disavanzo superiore al 3% rispetto al pil. Ancora in materia di politica di bilancio, si è varato un patto che prevede l'inserimento nelle Costituzioni dei singoli Stati dell'obbligo di azzeramento dei deficit. Infine, è stato predisposto un potenziamento e perfezionamento dei meccanismi del fondo salva-Stati e contemporaneamente è stato concordato un piano in base al quale la BCE si attiverà per risolvere la crisi di liquidità del sistema bancario. Queste, grosso modo, le misure anticrisi generate dalla consapevolezza del pericolo. La prossima puntata a marzo, quando si dovrà procedere alla ratifica di questa serie di intese intergovernative.
In attesa di questo nuovo appuntamento, ci si interroga sulla reale efficacia delle decisioni assunte. Mentre, rimane aperto il problema dei debiti sovrani, per i quali ci si è limitati a confermare il limite di Maastricht (60 % del Pil), si fa strada il dubbio che esse si riveleranno insufficienti se non saranno integrate con forti interventi finalizzati alla crescita. E', questo, uno dei temi che dominano anche il dibattito sulla manovra del governo Monti. Il quale aveva promesso un'azione impostata su tre precisi indirizzi: rigore, equità, sviluppo. Il rigore c'è tutto; non si vedono, invece, né tracce di equità né una strategia di crescita. In Parlamento si sta lavorando per correggere alcune voci del piano Monti, soprattutto sulle questioni delle pensioni e dell'Ici.
Qualche aggiustamento sarà certamente operato, ma l'impianto della manovra non potrà essere stravolto. Soprattutto non se ne potranno toccare i saldi. Certamente, altri provvedimenti saranno studiati e varati dal governo una volta che si sarà messo il sigillo parlamentare su questo primo provvedimento, che risponde all'esigenza primaria di dare una risposta alle richieste dell'Europa e di rassicurare e placare i mercati. Dopo il decreto salva-Italia, insomma, ci sarà una seconda fase di intervento, soprattutto in favore della crescita, si dice da parte governativa. Ma la parola d'ordine nella sostanza resterà una e una sola: sacrifici. E saranno, sacrifici durissimi. Che verrebbero accettati con spirito diverso da quello polemico e protestatario che si è diffuso nel Paese se fossero distribuiti con criteri più giusti ed equilibrati.
Tutti comprendono le difficoltà e responsabilità che gravano sul governo dei tecnici chiamato a fare le difficili scelte alle quali la politica si è sottratta. E' anche evidente che Monti deve destreggiarsi all'interno di una macroscopica anomalia: quella di una Grosse Koalition all'italiana che vede schierata attorno a lui una singolare maggioranza parlamentare, in cui sono costretti a coabitare i due maggiori partiti antagonisti della Seconda Repubblica. Naturalmente questa situazione determina un intreccio di veti e di consensi contrapposti. Ed è in questa rete vischiosa che finiscono opzioni come la patrimoniale o come l'asta delle frequenze radiotelevisive, inutilmente invocate da una larga parte della pubblica opinione. Altrettanto complicati sono i condizionamenti che avvolgono la definizione di provvedimenti irrinunciabili della manovra quali la riforma delle pensioni e il ripristino dell'Ici.
Il fatto è che il governo dei tecnici è costretto a muoversi su un terreno politico infido e inesplorato, nel quale non solo lo schieramento pro-Monti ma anche l'opposizione realizza l'innaturale convergenza fra gli opposti (Di Pietro sulle stesse posizioni di Bossi). Anche questa confusione di ruoli e di posizioni contribuisce a rendere accidentato il cammino di questi nostri professori al potere..
La verità è che all'emergenza finanziaria ed economica di questo drammatico momento si associa una perniciosa decadenza della politica, ulteriormente documentata in questi giorni dalla resistenza che i parlamentari stanno opponendo alla proposta governativa di abbassare il livello dei loro stipendi. L'esecutivo non ha la competenza necessaria per intervenire su questa materia, è stata l'obiezione della commissione della Camera che si è occupata della questione. Il che significa semplicemente che i cavilli del formalismo istituzionale valgono più del decoro e dell'equità. (Breve parentesi: di fronte a episodi di questo genere vien voglia di interrogarsi sul perché noi cittadini italiani siamo così arrendevoli mentre persino i russi, sulle orme dei popoli arabi, si svegliano mobilitandosi democraticamente contro lo scandaloso strapotere di zar Putin).
Per concludere: lo spazio politico di cui può disporre il governo dei tecnici è molto stretto, considerato che esso non ha alcun potere diretto di influenza sulle forze parlamentari che lo sostengono. Ne consegue che l'unica sua risorsa altro non è che l'arma del compromesso. Tutto vero. Ma Monti deve usare questa risorsa con coraggio se davvero vuole aggiungere equità e crescita al rigore finora messo in campo dal suo governo. Insomma, se compromesso deve essere, che sia alto. Per compromesso alto intendiamo un piano complessivo di misure che rispetti il principio della giustizia sociale senza cedimenti né concessioni a interessi particolari, soprattutto alla luce delle previsioni negative sull'andamento della nostra economia nel prossimo anno.
Al punto in cui siamo, quel che si chiede a Monti e ai suoi ministri è semplice e complicato allo stesso tempo: sono tutti tecnici, ma sono tutti "condannati" a operare da buoni politici, perché politico è il compito che sono incaricati di svolgere. Un risultato lo hanno già ottenuto: sono riusciti a fermare il treno della crisi giusto in tempo per evitare il disastro, come ha voluto ricordarci il presidente Napolitano. Bene. Molto altro, però, resta da fare per impedire che il trittico virtuoso - rigore, equità, crescita - rimanga solo una pia intenzione.


