Quando le foreste bruciano, si ritiene che il fuoco avrà un effetto rigeneratore e che, dunque, il bosco risorgerà dalle ceneri più robusto e vitale di prima. Lo stesso criterio viene comunemente applicato alle guerre nel senso che a ogni grande conflitto segue uno scatto di progresso tecnico ed economico. Con questo, non vogliamo proporre un elogio dei fenomeni più distruttivi della natura e della storia. E' logico che preferiremmo che mai il fuoco incenerisse le foreste e, così pure, che mai le guerre devastassero le nazioni. Evidentemente è sempre meglio per tutti che il progresso tragga spinta e alimento da cause lontane e diverse da qualsiasi evento calamitoso o violento. Ma l'esperienza ci informa che,sulla base di misteriose leggi della natura e della storia, appunto, esiste una concatenazione fra disastri e sviluppo.
E' ipotizzabile che anche le grandi crisi che si abbattono ciclicamente sul capitalismo obbediscano a questa regola? Schumpeter non lo esclude e, anzi, ha collocato questa eventualità tra le previsioni delle sue teorie. Ma, nella situazione in cui ci troviamo, nessuno può prevedere quel che ci aspetta. La tempesta imperversa su tutta l'area dell'euro e l'Italia è prima linea del pericolo. Diciamo meglio, all'unisono con quanto dichiarato da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy: se crolla l'Italia. crolla l'euro. Questa è la sola prospettiva che è chiara a tutti. Resta da vedere se - ed eventualmente a quale prezzo- sapremo superare questa durissima prova. E resta da capire inoltre se, una volta placatasi la bufera, troveremo attorno a noi macerie o avremo davanti un orizzonte nuovo da cui ripartire verso traguardi di stabilità e di sviluppo.
Al momento, siamo al buio e il vento della speculazione soffia con un impeto inarrestabile. E c'è paura. A tutte le ore, aspettiamo i telegiornali o interpelliamo i siti internet con la stessa ansia con la quale quelli fra noi che appartengono a una certa generazione aspettavano i bollettini di guerra trasmessi attraverso i microfoni dell'Eiar. Allora si trepidava per l'andamento delle operazioni sui vari fronti e per le conseguenze degli attacchi aerei che si susseguivano sulle nostre città; oggi ci si affligge per le cadute della Borsa e il volo minaccioso del maledetto spread. Anche questa è una guerra: incruenta ma densa di incognite. Una guerra di cui conosciamo i rischi, ma nella quale non riusciamo a individuare il nemico. Senza comprendere che molto spesso il nemico siamo noi stessi con i nostri errori e le nostre debolezze. O vogliamo dimenticare che la rovinosa frana dei debiti sovrani è una precisa responsabilità dei governi che nel corso degli anni abbiamo eletto?
Ci si chiede: chi può avere interesse a smantellare la roccaforte sbrecciata dell'euro? Chi sono i burattinai del complotto internazionale che qualcuno immagina sia stato ordito contro l'Europa? E ancora: chi è che oggi rema contro? Tutti interrogativi che non hanno risposta o perché sono privi di reale fondamento o perché il sospetto, che prospera laddove mancano le certezze, altro non è che un cattivo surrogato della verità.
Ma qual è, allora, la verità che ci può dare qualche consapevolezza? Sappiamo confusamente che - di là dalle devianze delle singole politiche statali - la crisi dell'euro si identifica con l'inadeguatezza e l'inceppamento dei processi di integrazione e democratizzazione dell'UE, appesantita da un allargamento che si sta rivelando improvvido. Abbiamo anche un'idea approssimativa dei dannosi limiti che sono stati imposti alla struttura e alla funzione della Banca centrale. E stentiamo a comprendere bene le ragioni e le conseguenze dello scontroso arroccamento della Germania, il gigante che, nell'incubo di una generale disintegrazione, vive ormai l'associazione con gli altri ventisei condomini europei come una minaccia per sé e non più come una risorsa per tutti.
Ora sarebbe sicuramente utile andare alle origini e penetrare le cause del Grande Maleficio che ha colpito il Vecchio Continente. Ma ancora più vitale dovrebbe essere l'individuazione della strategia necessaria per venir fuori da questa situazione che, giorno dopo giorno, si aggrava sempre più. Già si prospetta il pericolo di un default multiplo. E si sa inoltre che il sistema bancario internazionale si sta preparando al peggio simulando gli scenari che si aprirebbero se la caduta dell'euro si avverasse. Siamo, insomma, all'allarme rosso.
Che accadrà? Forse ci salveremo, forse no: chi può dirlo? Comunque vadano le cose, però, domani sarà davvero un altro giorno. Nulla potrà essere come prima, soprattutto per noi europei e quindi per noi italiani. In primis, il capitolo UE. Anche se l'edificio europeo resisterà al terremoto monetario, è più che evidente che esso dovrà essere rinnovato e potenziato. Ha bisogno di darsi una guida politica più articolata e salda (anche in termini di difesa e sicurezza), una robusta governance economica, un'armonizzazione delle politiche fiscali, un'estensione dei poteri della BCE. Insomma, ha bisogno di una profonda riforma strutturale: sicuramente non di un direttorio inteso come esito di arbitrari atti di forza. Diversamente, i suoi popoli, già in fase di disincanto, la rifiuteranno definitivamente mentre la macchina della globalizzazione la stritolerà.
Altro tema delicato. La fragilità della politica e delle sue pallide o squallide leadership non è più compatibile con la necessità di tutelare l'autonomia democratica e istituzionale degli Stati. Se la politica, infatti, non riesce a riempire il vuoto della propria inconsistenza saranno ancora i mercati a riempirlo, proprio come è avvenuto e sta avvenendo in questa drammatica congiuntura internazionale, in cui i governi cadono o vacillano sotto i colpi speculativi delle superpotenze finanziarie disseminate nello spazio senza confini della mondializzazione.
Il mercato sta strangolando la democrazia, si dice. E, certo, i motivi di preoccupazione sono seri. Ma sarebbe fumosa fantasia o futile giustificazionismo a beneficio della politica leggere la crisi come esclusivo prodotto di una cospirazione internazionale. Molto più semplicemente, la questione si spiega con l'elementare principio dei vasi comunicanti nel senso che la speculazione irrompe laddove il presidio della politica è debole o assente.
All'interno del tema complessivo della inadeguatezza della politica, che ha ormai assunto proporzioni continentali, esiste poi una questione tutta italiana che è rappresentata dal degrado che da qualche tempo caratterizza i criteri di formazione e selezione dei ceti dirigenti. E' a tutti noto che la politica non tralascia occasione per rivendicare con forza il proprio primato. E sia. Ma - ecco il punto- non può continuare a trascurare il valore della competenza come ha fatto soprattutto negli ultimi anni. Non è più ammissibile, cioè, che governi e parlamenti siano popolati da soggetti che possono vantare solo titoli di fedele militanza e di subalterna appartenenza all'ombra dei partiti. E le ragioni sono evidenti. Infatti, si deve proprio al criterio di scelta adottato durante l'epoca berlusconiana e facilitato da una infame legge elettorale,se abbiamo assistito a una precipitosa dequalificazione della classe politica del nostro Paese.
Soprattutto, se oggi siamo nei guai più di quanto lo siano i soci europei è perché sono stati mandati ai posti di responsabilità troppi incompetenti, che non hanno saputo intercettare con tempestività i segnali della crisi e poi, quando l'uragano ha investito in pieno nostri conti pubblici e la nostra economia, non sono riusciti ad alzare la diga che l'Europa e i più autorevoli organismi sovranazionali ci chiedevano. Dopo una simile disfatta, ci pare, dunque, un insopportabile esercizio farisaico scandalizzarsi per la formazione di un governo tecnico che alcuni settori della politica e della cultura si ostinano a presentare come fosse il frutto di una usurpazione antidemocratica. Nulla di più falso. Nell'operazione promossa e gestita dal capo dello Stato non è assolutamente ravvisabile alcuna offesa alle regole della democrazia. Il governo Monti, varato nell'emergenza e per l'emergenza allorché la maggioranza di Berlusconi è venuta meno in uno dei rami del Parlamento, opererà - questo è sicuro - assoggettandosi regolarmente a tutti i controlli di legittimazione democratica.
Lo scandalo è stato ben altro, ricordiamolo. E' stato quello di un ministro come Bracher, chiamato al governo alla vigilia di un processo, o come quello di Maria Stella Gelmini, la signora dei neutrini. E che dire del pittoresco Calderoli, reo confesso del Porcelum, la sua legge elettorale? O di quell'Umberto Bossi, che giura fedeltà alla Costituzione e poi minaccia la secessione della sua fantomatica Padania, lo stesso Bossi che esprime la propria personalità di "statista" esibendosi in gesti triviali o in invettive degne di un ultrà da stadio .("Questo governo fa schifo": ecco l'ultimo austero commento che il rais leghista ha pronunciato parafrasando il famoso slogan che Totò Cuffaro escogitò cercando di convincerci che era contro la mafia).
Ora dobbiamo voltare pagina. La crisi non consente altre fughe dalla responsabilità. La politica ai politici, dunque? E' questo che si vuole? D'accordo, ma che siano politici in grado di onorare l'impegno pubblico ai quali sono chiamati. Per il momento dobbiamo solo sperare che il professor Monti e con lui tutta la squadra dei bocconiani non falliscano.


