9 novembre - Si è arreso. Ma non merita l’onore delle armi. Berlusconi è il responsabile di un’azione di governo che - in una impressionante sequenza di irresponsabili sottovalutazioni, imprevidenze, ritardi e inadeguatezze - ha trascinato l’Italia sull’orlo di un precipizio, in fondo al quale si staglia la sagoma minacciosa della bancarotta. Le ultime notizie dal fronte dei mercati sono da incubo. Ma in effetti il segnale di pericolo era suonato – chiaro e forte - già da tempo. Ma lui, Il profeta di diciassette anni di predicazione populista e di potere carismatico, ha abbandonato il bunker in cui,ultimamente, si era asserragliato soltanto quando ha constatato che non aveva più la maggioranza e quando il barometro della crisi annunciava la prossimità del disastro.
E’ stato un arroccamento tanto ingiustificabile quanto dannoso. Per molte settimane,infatti, Berlusconi ha voluto sfidare l’opinione e le aspettative di quanti indicavano in lui una delle cause maggiori dell’assedio della speculazione e della sfiducia internazionale col risultato (largamente prevedibile) di un aggravamento della situazione. Ora abbiamo la certezza che quella cocciuta, irragionevole resistenza ha solo fatto perdere tempo prezioso, dopo quello già sprecato dal governo in oltre due anni di noncuranza e l’altro bruciato questa estate tra i caotici e scoordinati tentativi di alzare una diga anticrisi. E non solo: tutto questo ha altresì provocato l’erosione degli ultimi bastioni di credibilità internazionale su cui poteva ancora contare l’Italia nonostante la lunga catena di strafalcioni politici e diplomatici del suo discusso premier.
Eppure, il G20 si era pronunciato con sufficiente eloquenza attraverso l’evidente, palpabile isolamento inflitto a Berlusconi dai leader più potenti del mondo e attraverso la decisione di sottoporre l’Italia a un duplice trattamento di sorveglianza, quello degli organismi europei e quello del Fondo monetario internazionale. Ma nemmeno questo era bastato a indurre il presidente del Consiglio a mettersi da parte, facendo il passo indietro invocato dalle opposizioni e da alcuni dissidenti del suo stesso partito oppure il “passo di lato” che un Bossi insolitamente delicato gli aveva chiesto.
“Non mi dimetto”, era stata ancora una volta la risposta. Finché il responso delle urne della Camera, chiamata ad approvare in seconda istanza il rendiconto generale dello Stato, che era caduto al primo impatto parlamentare, non la lo ha messo davanti a una situazione alla quale nulla più aveva da contrapporre: i 308 voti che hanno fatto passare quella fondamentale legge di bilancio grazie all’astensione delle opposizioni e dei “ribelli” segnalavano in modo inoppugnabile che il governo – come si dice in questi casi- era arrivato al capolinea.
Qui si ferma, per il momento,la lunga marcia berlusconiana cominciata con la fanfara della sua discesa in campo nel 1994, interrotta dal brusco risveglio del 1996, ripresa con la vittoria del 2001, culminata trionfalmente nella primavera elettorale del 2008 e proseguita con la progressiva perdita di consensi accumulata nel vuoto di iniziative di riforma fino al tonfo della bocciatura decretata, in questo drammatico novembre, dall’opinione pubblica, dai media e dalle istituzioni della UE prima ancora che dal nostro Parlamento. Ma non è affatto detto che questo sia il vero epilogo dell’avventura del cavaliere di Arcore. Forse non dovremo aspettare a lungo prima di capire. Ci sarà tempo, comunque, per tracciare un bilancio di questa sbornia italiana. Per ora incombono le nubi tempestose di un presente denso di angosciose incognite. E di questo dobbiamo occuparci e preoccuparci.
Dunque, restiamo aggrappati alle urgenze della cronaca. E prendiamo atto che, salito al Colle e trovatosi a confronto col presidente Napolitano, Berlusconi ha infine capitolato assumendo l’impegno - nero su bianco - di dimettersi -appena verrà approvata la legge di stabilità contenente le misure promesse all’Europa. E ha poi annunciato che non si ricandiderà più alla guida della coalizione che in questi anni lo ha accompagnato e sostenuto nelle scalate a Palazzo Chigi e nella gestione del suo potere onnivoro. E, a conferma del suo persistente ruolo padronale, ha indicato in Angelino Alfano il proprio successore.
Siamo al primo passo di un lungo camino. Ora, a partire da questa svolta, la crisi entra in un territorio ancora sconosciuto. Berlusconi si era detto contrario all’ipotesi di un governo tecnico o di larghe intese: voleva le elezioni anticipate. Poi Letta lo ha convinto a ricredersi: sì, dunque, alle larghe intese; ma restano in piedi l’opposizione della Lega e, sulla sponda opposta, quella della sinistra di Vendola e di Italia dei Valori. Il percorso è tortuoso. Ma il primo chiarimento politico non può essere lontano, considerato che l’emergenza si configura innanzi tutto come una lotta contro il tempo.
Presto, dunque, sapremo se si andrà a votare il prossimo inverno o se si darà vita a un governo di transizione che porti al sicuro il Paese e lo guidi verso l’obiettivo di una nuova stagione democratica liberata dalla vergogna di una legge elettorale che ha stravolto il principio della rappresentatività del Parlamento. La seconda opzione sembra la più probabile ed è sicuramente la più rassicurante..
Ciò che, purtroppo, è difficile, se non impossibile, prevedere è se e quando verrà il momento del “cessato allarme”. Mentre la battaglia dei nostri titoli di Stato rischiano ogni giorno di tramutarsi in una disfatta e mentre, di conseguenza, lo spettro del default si para sinistramente all’orizzonte del Paese, le certezze che ci rimangono sono davvero poche,. Una, la più drammatica di cui possiamo disporre, è che il tempo a nostra disposizione – lo abbiamo già accennato- si riduce con il trascorrere inesorabile delle ore. La seconda è che, comunque si mettano le cose, riguadagnare la credibilità perduta, ottenendo la fiducia degli organismi internazionali e dei mercati, sarà un’impresa molto, molto ardua. La terza è che, in ogni caso, quello che ci attende è un periodo non breve di durissimi sacrifici.
A tutt’oggi la BCE continua a svenarsi per cercare di impedire che i livelli di rendimento e dello spread dei nostri titoli dai Bund tedeschi non raggiungano il punto di non ritorno, quella quota, cioè, che ha fatto precipitare le crisi di Portogallo, Irlanda e Grecia. Ma questi interventi di soccorso non possono non avere un limite. E, allora, si capisce perché in questi giorni di tensione si susseguono, incessanti, gli appelli perché l’Italia non solo operi in fretta, ma rafforzi ulteriormente la linea di difesa frettolosamente approntata da Roma.
L’allerta è elevatissimo e, in queste condizioni, sarebbe, dunque, un autentico attentato agli interessi fondamentali dell’Italia qualsiasi manovra dilatoria come quella che Di Pietro teme possa essere tentata - in cauda venenum? – da Berlusconi. Il sospetto – questo va sottolineato - può essere ingiusto e infondato. Ma indubbiamente sarebbe stato meglio per tutti se il presidente del Consiglio avesse subito attuato e non solo annunciato le dimissioni.
L’evoluzione della crisi, però, non dipende più soltanto dai comportamenti e dalle intenzioni di Berlusconi. Ora tutte le forze politiche sono in gioco con pari opportunità e identiche responsabilità. Questo significa soprattutto che ci si aspetta dal centrosinistra e in particolare dal Partito democratico, che è oggi la maggiore formazione presente nel panorama politico nazionale, il contributo di una partecipazione diretta, concorde ed efficace agli sforzi per il superamento dell’infernale congiuntura in cui versa il Paese. In sostanza, il centrosinistra e il Partito democratico in particolare devono dimostrare di avere le capacità necessarie per fare tutto quello che non ha saputo fare il centrodestra. Sarà il loro esame di maturità.
Staremo a vedere. Detto senza retorica: in queste ore di paura, ci conforta l’opera vigile del Capo dello Stato. Il Presidente Napolitano sta pilotando con grande saggezza e altrettanta energia l’Italia nella ricerca di una via di uscita dalla tempesta. Gliene siamo grati. E intanto gli rivolgiamo un applauso per avere nominato senatore a vita un grande Italiano come Mario Monti. E’ una scelta da interpretare come un indizio (positivo) per il prossimo governo?


