Gli arabi lo chiamavano “cane pazzo”. Gheddafi è stato per lungo tempo un tragico clown della scena internazionale. La sua torbida avventura umana e politica ebbe inizio Il 1° settembre 1969, quando, giovane colonnello di soli 27 anni, guidò e portò a termine il colpo di Stato con cui venne rovesciato re Idris. Allora le tecnologie della comunicazione non erano sviluppate come adesso. E quel golpe fu archiviato come uno dei tanti segni di instabilità dell’epoca postcoloniale. Quarantadue anni dopo, tutto è cambiato. Gheddafi è stato ucciso e, a distanza di poche ore, tutti abbiamo potuto vedere in televisione e su internet le scene sconvolgenti della sua fine.
Un ignoto cameraman ci ha mostrato il buco in cui il rais braccato si era rifugiato nel disperato tentativo di scampare al suo destino. Poi, l’abbiamo intravisto sanguinante, circondato dai miliziani che lo avevano catturato. Infine ci hanno mostrato il suo corpo che veniva trascinato sulla polvere di una squallida periferia di Sirte, nel tumulto di voci e di gesti dei combattenti che celebravano così il macabro rito del trionfo. Resta l’immagine di quel volto straziato come documento estremo ed emblematico di un momento cruento della storia: la storia che oggi si scrive in diretta.
Io ho incontrato due volte Gheddafi: la prima volta a Tripoli pochi giorni dopo l’attacco aereo americano contro la sua residenza; la seconda, nel deserto della Cirenaica, dentro la sua tenda situata nel cuore di un compound miltare brulicante di giovani armati di mitra e di amazzoni in mimetica. Lì, in quella reggia beduina, potei anche intervistarlo. L’intervista durò una ventina di minuti. Ma mi ricordo che in nessun momento mi riuscì di incrociare il mio sguardo con il suo. Gli occhi del rais erano rivolti verso l’alto, verso l’infinito. Aveva l’aspetto di un sacerdote più che le sembianza del soldato che aveva preso in pugno la Libia e l’amministrava con la forza schiacciante di un sultano. Gli feci molte domande: sui rapporti con l’Italia, naturalmente, sul conflitto arabo-palestinese, sulla tragedia di Ustica e su altri temi che coinvolgevano gli interessi e le responsabilità della Jamairia. Alla fine gli chiesi come si sarebbe comportato se avesse incontrato il presidente degli Stati Uniti. E la risposta fu: “Gli sputerei in faccia”. Incredulo e sconcertato, reiterai la domanda e la replica riferita dall’interprete fu secca e inequivocabile: “Ha capito benissimo- mi disse- : gli sputerei in faccia”.
Il personaggio era questo. Sprezzante e imprevedibile e ambizioso. La sua biografia ci parla di un falso idealista astuto, crudele e capriccioso. Ora torvo, ora pittoresco. Coerentemente con queste caratteristiche personali, anche la sua politica è stata una sequenza interminabile di sfide, di velleità, di sconfitte, di contraddizioni. Gheddafi sognava di diventare il nuovo Nasser e di realizzare il progetto che il rais egiziano, prima di lui, aveva invano perseguito inseguendo un utopico obiettivo: quello di unificare la grande Nazione araba. Per questo cercò di stringere alleanze e patti di cogestione con i Paesi vicini. Per questo si propose come campione del nazionalismo arabo. E per questo pensò di poter contrapporsi all’Occidente in un folle disegno di revanscismo anticoloniale e postcoloniale.
Nel delirio delle sue visioni panarabiste, non esitò a usare la forza contro i “fratelli” indocili, come nel Ciad, e, scelta ancora più allarmante, di prendere la strada della criminalità terroristica, un percorso culminato nel micidiale attentato contro un aereo di linea americano, precipitato a Lockerbie,in Scozia (270 morti).
Alla fine di questa fase del suo spregiudicato percorso politico, tutte le iniziative messe in campo da Gheddafi si rivelarono un fallimento. I Paesi confinanti della Libia lo isolarono mentre l’Occidente riuscì a domarlo, soprattutto grazie alla capacità deterrente della potenza americana. Gheddafi cambiò rotta. Da burattinaio del terrorismo internazionale, si trasformò in un nemico dichiarato di Bin Laden e, nello stesso tempo, si convertì a una linea di condotta più aperta e moderata verso l’Europa e persino verso gli Stati Uniti, che – ricordiamolo - avevano iscritto la Libia nella lista degli Stati-canaglia. E a coronamento di questa inversione di marcia, proclamò la rinuncia a qualsiasi piano mirante a dotarsi di armi di distruzione di mazsa.
L’ultimo Gheddafi, insomma, si è contentato di dedicarsi allo sviluppo degli affari di Stato e suoi personali nonché di prendersi, dove possibile, gli ossequi e persino il bacio della mano da parte dei governanti interessati al suo petrolio e alle sue infrastrutture. Questa discontinuità sul piano internazionale non si è tradotta, però, in un ammorbidimento dei suoi metodi di potere nell’ambito interno. Feroce satrapo era e feroce satrapo è rimasto fino all’ultimo. Ha flagellato il suo popolo con una dittatura ferrea, spietata. E, quando è scoppiata la crisi che l’avrebbe travolto, non ha rinunciato a un atroce ricatto finale rovesciando migliaia di poveri immigrati dell’Africa nera verso le coste settentrionali del Mediterraneo, di Lampedusa principalmente. Finché l’incendio della grande rivolta araba non lo ha raggiunto e stanato dai suoi bunker.
Ora, la storia lo prenderà in consegna come protagonista di alcune delle pagine più oscure del Novecento e del nuovo secolo. Noi italiani, in particolare, lo ricorderemo come l’uomo che ha osato scagliare due missili contro Lampedusa e che ci ha fatto scontare i nostri peccati di potenza coloniale con la brutale espulsione della numerosa comunità di connazionali che si era laboriosamente insediata in terra libica.
Per tutti è stato un despota che ha oppresso il suo popolo e che ha inflitto al mondo le follie e le tensioni del suo avventurismo politico e delle sue ambigue strategie di signore del petrolio. Ma, nonostante tutto, la sua morte violenta suscita un sentimento forte e insopprimibile di pietà. E, mentre in queste ore moltissimi libici festeggiano la caduta del tiranno, un interrogativo sorge inquietante: come sarà Il dopo-Gheddafi? E’ un interrogativo che si stende al più vasto panorama del Nord Africa e del Vicino Oriente: siamo proprio certi che le insorgenze di quei popoli troveranno sbocco nella concordia e nella democrazia?


