Se dobbiamo credere alla fonte che ne ha dato notizia, un fatto nuovo è piombato sulla scena italiana battuta dal vento ciclonico della crisi che continua a squassare il mercato azionario e a spingere sempre più in alto lo spread dei nostri titoli di stato rispetto ai bund tedeschi, mentre la reputazione e la credibilità del nostro Paese precipitano e mentre le famiglie, le aziende, le Regioni, i Comuni gemono sotto il peso di una manovra finanziaria che aumenta la già soffocante pressione fiscale e poco o nulla prevede per il rilancio della crescita, che rappresenta - ricordiamolo- l'arma decisiva contro il mostro del debito pubblico.
Il fatto nuovo sarebbe questo : l'Italia si è trasformata - e nessuno se n'era accorto -- in uno Stato di polizia. La denuncia non arriva dall'omicida ex terrorista Battisti, riparato - come si sa- nell'accogliente rifugio brasiliano per sfuggire alla Giustizia italiana. La rivelazione proviene addirittura dal presidente del Consiglio Berlusconi che l'ha inserita nel commento con il quale ha salutato il salvataggio in Parlamento di Marco Milanese, l'ex collaboratore del ministro Tremonti, del quale la Procura di Napoli ha chiesto l'arresto sotto l'accusa dei reati di associazione a delinquere, corruzione e violazione di segreto d'ufficio.
Nessuno, per la verità, ha mostrato molta sorpresa per questa nuova incredibile sortita del presidente del Consiglio, evidentemente perché è ormai subentrata una sorta di assuefazione generalizzata per un linguaggio - quello di Berlusconi - che, oggi quanto e più di ieri, è estraneo allo stile di qualsiasi altro uomo di Stato al mondo. Eppure le dichiarazioni del presidente del Consiglio assumono un significato politico molto grave. Sono un altro atto di guerra e di delegittimazione che il capo del governo compie contro la magistratura, le cui attività vengono da lui raffigurate come attentati allo Stato di diritto tutte le volte che i meccanismi della Giustizia toccano lui e i suoi sodali.
Proprio quando l'Italia ha bisogno come mai di riguadagnare il rispetto delle cancellerie europee e dell'opinione pubblica mondiale, il presidente del Consiglio crea nuovi motivi di discredito per il Paese che egli dovrebbe difendere e governare usando tutto il senso della misura e della prudenza richiesto dalla gravità del momento. Si noti che le parole di Berlusconi sono state pronunciate poche ore dopo il downgrading che Standard & Poors's ha inflitto al sistema-Italia, motivandolo, fra l'altro, con le inadeguatezze del nostro quadro politico e governativo. Evidentemente il presidente del Consiglio non si cura di rivedere il proprio atteggiamento, preoccupato solo di conservare, costi quel costi, un potere che appare ormai chiaramente e irrimediabilmente logorato e corroso dagli scandali, dai fallimenti, dai processi, dal discredito crescente che lo circonda. "Non mollo": ecco il mantra che da qualche mese, da quando si è scoperto che il Paese non era affatto al sicuro, egli offre con cieca ostinazione a un Paese sempre più disorientato e impaurito.
La forza che gli resta è solo quella dei numeri sui quali può ancora fare affidamento in un Parlamento assolutamente privo di una autentica funzione rappresentativa. E all'interno di questa deprimente cornice istituzionale, ancora una volta, la maggioranza, assoggettata al dominio e al volere del leader, ha obbedito all'istinto di sopravvivenza che la tiene insieme nei passaggi più perigliosi del suo rovinoso cammino. Ma fino a quando e fino a che punto Berlusconi potrà resistere? I segnali di disgregazione del suo regno sono evidenti e contemporaneamente la pressione dei mercati non gli dà tregua.
L'altro polo della crisi del centrodestra è' Bossi. Il malandato condottiero leghista è rimasto al fianco del suo amico di Arcore anche fra le ombre e le strettoie del "pasticciaccio" Milanese. Ma a lui bisogna, stavolta, riconoscere il merito di aver parlato chiaro. Infatti, mentre Berlusconi con la consueta arroganza mistificatoria riteneva di potere sostituirsi ai giudici emettendo di fatto un verdetto di assoluzione nei confronti di Milanese, presentato come vittima di una persecuzione giudiziaria, il capo del Carroccio, con brutale franchezza, ha fatto sapere esplicitamente che la Lega avrebbe votato a favore del deputato sotto inchiesta a Napoli con lo scopo dichiarato ed esclusivo di scongiurare la caduta del governo.
"Noi siamo leali", ha dichiarato il Senatur al termine della votazione. Avrebbe dovuto, più onestamente, ammettere di essersi comportato ancora una volta come complice di una pessima operazione politica. Dopo essere stato, per l'intero corso di questa sciagurata legislatura, il maggiore corresponsabile delle scelte berlusconiane, Bossi nemmeno in quest'ultima circostanza ha voluto smentirsi accettando una linea di condotta fondata non sulle ragioni della moralità, ma del più spudorato interesse politico. Dove sono finte la purezza e la diversità rivendicata dalle camicie verdi?
C'è dell'altro che Bossi dovrebbe spiegarci. Dovrebbe spiegarci come mai ha schierato la Lega a sostegno del governo in quest'ultimo frangente, quando solo pochi giorni prima, all'annuale adunata leghista di Venezia, aveva pronunciato, a suo modo, un de profundis all'indirizzo dell'Italia, indicando nella secessione padana l'unica risposta alla situazione di un Paese che sta colando a picco. Ebbene, se l'Italia non è più salvabile, perché salvarne il governo? Perché la Lega resta a bordo della nave che affonda? Ovviamente Bossi non chiarirà nulla. E' la regola. Lui dice e si contraddice, fa e disfa a piacimento . E nessuno osa fermarlo perché nel suo movimento non è contemplato il dissenso. Chi non è d'accordo con le scelte del capo può al massimo esercitare il diritto al mugugno.
Tutto ciò annotato, l'esito parlamentare del caso-Milanese rappresenta innegabilmente un'altra vittoria politica del centrodestra, anche se la circostanza ha messo ulteriormente in luce le divisioni e i rancori che lacerano il PdL in questa fase caotica del crepuscolo berlusconiano. Come corollario del voto alla Camera, infatti, abbiamo visto la canea dei berluscones più feroci scatenarsi contro Tremonti, reo di avere disertato la votazione che riguardava la sorte dell'uomo con il quale aveva condiviso non solo i segreti e le fatiche dell'impegno ministeriale, ma anche la comoda comune sistemazione in un sontuoso appartamento romano. Lo stesso Berlusconi ha abbandonato ogni cautela nel giudicare il suo ministro dell'Economia e anche questo è un sintomo della crescente tensione che minaccia la tenuta della coalizione . Soprattutto questa frattura ormai aperta rischia di produrre ulteriori danni alla posizione dell'Italia sul piano internazionale. Insomma, volendo fare un bilancio di questa infelice vicenda, si può concludere che il centrodestra ha, sì, salvato Milanese e ha, sì, tenuto in piedi il governo, ma non tutti i conti tornato. E gli esami non sono finiti. Perché un'altra prova del fuoco si avvicina: è imminente il voto sulla sfiducia al ministro dell'Agricoltura Romano, accusato di collusione con la mafia. Davvero difficile, in queste condizioni, immaginare che Berlusconi riesca a rimanere a Palazzo Chigi fino al 2013.
A questo punto, può essere interessante rilevare una coincidenza. Lo stesso giorno in cui la maggioranza di governo sottraeva all'arresto un potente personaggio come Milanese in nome di un imprecisato fumus persecutionis, Benedetto XXVI, in visita nella "sua" Germania, citava davanti al Bundestag un pensiero di Sant'Agostino che suona così: "Togli il diritto e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?". E, per essere più chiaro, Ratzinger ha ricordato il tragico precedente del nazismo. Poi ha aggiunto: "La Bibbia vuole indicarci che cosa deve essere importante per un politico. Il suo criterio ultimo non deve essere il successo. La politica deve essere un impegno per la giustizia. Ma il successo è subordinato al criterio della giustizia, alla volontà di attuare il diritto e all'intelligenza del diritto".
Ugualmente significativo il messaggio che il Papa ha inviato al presidente Napolitano mentre era in volo sull'Italia diretto in Germania. Un messaggio in cui Ratzinger esprime "l'auspicio di un sempre più intenso rinnovamento etico per il bene della diletta Italia".
Considerato che i rapporti politica-giustizia sono al centro del conflitto che spacca la politica e considerato pure che il rinnovamento etico del Paese è un bisogno condiviso da una parte molto vasta della società italiana, non sarebbe cosa utile che destra e sinistra, laici e cattolici, maggioranza e opposizione, secessionisti padani e italiani di tutta Italia dedicassero una libera e profonda riflessione ai temi sollevati dal Papa?


