
Era tempo. In modo sghimbescio il Mezzogiorno torna a porre, accanto alla questione morale, la storica questione meridionale. Tutti sembrano accorrere al capezzale del Sud malato, da Napolitano al CNEL, da Berlusconi a Tremonti. Quanto alla Svimez, ormai è solo un ufficio statistico senza idee né meriti - un cimitero degli elefanti. Su tutto e su tutti l'ordine di Berlusconi a Maroni, di assolvere il compito «storico» di cancellare la mafia cancro del Sud! In vent'anni, nessuno gli aveva spiegato che camorra e mafia dall'origine loro ottocentesca e dal '90 del secolo scorso la 'ndrangheta dovevano identità e successo all'estensione fuor dai confini originari, seguendo le fiumare dell'emigrazione.
Dopo le ultime vicende, e la denuncia clamorosa della Boccassini (nessuna vittima di taglieggiamenti, nessun complice nel «nuovo» Nord ha denunciato o collaborato), non mi illudo eppur spero che almeno Maroni abbia capito. E che, per quanto positiva, la lotta al crimine organizzato non è stata, non è la via maestra del «riscatto» del Mezzogiorno.
E vecchio meridionalista, provo fastidio a sentirmi riproporre slogans usurati e logori approcci - quasi lo stesso fastidio di questo ennesimo trattamento, ricostruttivo prima e «alla Lazzaro» poi, della mummia dell'intellettuale, la cui parabola avviata alla fine dell'Ottocento si è chiusa meno di 100 anni dopo. All'inizio degli anni '90 ero quasi contento della reazione alle mie denunce - della congiunta retorica dell'intellettuale, e del meridionalismo nuovissimo. Chiedevo, e non era paradosso, un Mezzogiorno senza meridionalismo, dal momento che questo ormai serviva a tenere in vita un'immagine del nostro Sud non più rispondente al vero: e proponeva modelli di sviluppo incoerenti e/o contradittori.
E ora siamo, dopo vent'anni, a riproporre i vecchi slogan: se lo Stato non può o non vuole investire nel Sud, come attrarvi i privati? Il governo ha trovato la ricetta, ora che l'Irlanda è in rianimazione: il Banco del Sud, nato sine matre dal cervello di Tremonti, ed il meraviglioso (Sacconi) metodo Pomigliano: - in attesa che il federalismo fiscale porti Sud e Nord ai blocchi della nuova partenza. E a entrambi, a Tremonti e Sacconi, dedico perciò i versi che Nino Martoglio affidava alla saggezza degli ubriachi: «vui diciti, mintemo: il capitali / ed il lavuro su all'opposizioni .. / Cunfermu; ma nell'ebbrica attuali, / nun ci si po' pigghiari cupioni. // Pirchì il processu, 'mpari, è juntu a tali / ca l'omu 'nventa machini e 'nvinzioni / e chidda ca è stati la fa 'nvernu // Ma la corpanza è sempri del Covernu, / (non so si siti di st'opinioni) / pirchì non pensa all'omu suciali!".
Ma torniamo al nostro Sud, com'era, com'è, come vorrebbe essere. Il punto di partenza fu la scoperta del razzismo interno: i calabresi inferiori ai siciliani, i pugliesi superiori ai lucani, e Napoli alle prese con progetti puntiformi di industrializzazione. Accanto, era lo squilibrio esistente tra il governo locale in termini di cittadinanza e di partecipazione e l'incidenza dei politici meridionali nella composizione della classe politica nazionale.
Nacque così la questione meridionale, ed il meridionalismo ove si scontrarono approcci popolazionisti ("la colonizzazione interna") e il nittismo con la sua rivoluzionaria politica di riordino del territorio e delle acque. Da Giolitti a Mussolini si scelse invece la linea colonialista: e, caduto il fascismo, il «nuovo meridionalismo» del secondo Dopoguerra volle trarre dal movimento contadino una matrice politica ruralista, di cui la Svimez di Saraceno si pose come alternativa nel progetto ambizioso di realizzare l'unificazione economica a 100 anni dall'unità politica.
Qui non importa rifare la storia dei tentativi e dei progetti, dei costi imponenti e dei modesti ricavi di venti anni, dai Cinquanta ai Settanta, della politica per il Mezzogiorno. In conseguenza della stessa, e in parte nonostante, il nostro Sud cambiava: l'emigrazione e il boom ne mutavano la struttura demografica, quando la borghesia provinciale - già sotto la pressione rivendicazionista del movimento contadino, poi alle prese con una decrescente offerta di lavoro a basso costo - toglieva dalla terra i capitali per investirli nel boom edilizio degli anni '60.
Negli stessi decenni scuola (primaria e media) riformata e diffusione della multimedialità riducevano gli spazi dell'analfabetismo anche in conseguenza della rapida urbanizzazione (da contadini a muratori e artigiani) della popolazione rurale. Contemporaneamente si costituivano nel Sud imprese ad alto contenuto tecnologico, nel settore dell'edilizia e del vasto indotto, molte delle quali utilizzarono nuove opportunità nel Medio Oriente e in Africa, e altre provarono a cogliere occasioni nel trasporto marittimo prima che gli armatori greci occupassero gli spazi più contesi.
Sta qui, e con i drammatici anni '70, l'arresto di un processo di sviluppo del Mezzogiorno, delle sue imprese, e di una forza lavoro alfabetizzata cui la politica, nazionale e locale, mutò il contesto e si configurò un orizzonte di crisi - che ha dominato il nostro passato, e non si è ancora dissolto nel degrado, politico e morale, della «lunga transizione». Gli anni '70 furono, non dimentichiamolo, gli anni dell'istituzione delle Regioni a statuto ordinario: e il loro disegno territoriale, approssimativo nel Sud (ove già erano presenti due regioni a Statuto speciale), ancorato alle vecchie ed «inutili» province, per un verso amplificava le deformazioni dell'impianto originario, e per l'altro lasciava il territorio al saccheggio sconsiderato dei politici locali.
Nello scenario nazionale, la crisi politica divenuta rampante e accelerata dalle incursioni terroristiche, esasperava la contesa elettorale continuamente alle prese con la sfida del fattore K: la politica per il Mezzogiorno, che si sfilacciava in misure di incoerente sostegno ad opere pubbliche o privato-pubbliche, alimentava clientelismo politico e corruzione, e trovava una facile sponda nella criminalità organizzata vecchia e nuova.
Le mafie entravano alla grande negli anni '70 e '80 nella politica, elezioni ed amministrazione, occupando d'intesa col politico di riferimento ogni spazio di profitto, e accrescevano il radicamento locale nel momento stesso in cui nuove lucrose attività internazionali (droga, armi, etc.) imponevano leadership autorevoli e unitarie. Muore lo Stato, le radici della Costituzione si inaridiscono; e si salda il triangolo mafia-politica-imprese, dove la politica è in misura rapidamente crescente al servizio del patto mafia-imprese, e non solo il sottogoverno ma il governo locale con la elefantiasi delle assunzioni, con gli automatismi (corretti) delle promozioni, con un'interpretazione burocratica del potere che ne amplifica arbitri e privilegi estende - vi convergono i poteri regionale, provinciale, municipale - il controllo a nuove agenzie, a comitati, alla perpetuazione delle strutture d'emergenza.
Ho avuto parte nel dibattito politico e culturale del meridionalismo, ne ho seguito il declino e la morte: ho provato, senza successo, a porre il territorio al centro di ogni seria politica di sviluppo. E ora, nel pieno di una grande crisi, sono come tanti alla ricerca dei luoghi e degli uomini cui affidare, con il buon governo presente, la residua speranza di futuro nostra, di noi meridionali. Al centro il territorio delle isole e del Sud continentale nella sua identità e con i suoi problemi, e come parte di un disegno geopolitico obbligato nel Mare interno: per esso occorre toglier di mezzo le province, che sono state e sono il letto di Procuste del territorio; e avviare il processo della Regione leggera che aiuti finalmente l'ente locale nel governo del proprio territorio, e nei processi di cittadinanza. Il meridionalismo alla Tremonti o alla Bonanni non è un elisir alla Scapagnini, è solo una polpetta avvelenata.


