
PALERMO. L'apparato politico-clientelare che ha sostenuto pezzi rilevanti dell`economia e della società siciliana è al collasso e se non s'inverte la rotta c'è il rischio che venga giù a pezzi.
Due questioni condizioneranno l'azione politica e imprenditoriale nei prossimi anni, dice Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia: «Una contrazione dei flussi di spesa e dei trasferimenti, che avrà carattere strutturale e sarà accentuata dal federalismo fiscale, e la fine dell'idea che l'ampliamento continuo della dimensione pubblica sia un fattore di crescita. Questo welfare assistenzial-clientelare che ha sortito un patto dannoso tra politica, società ed economia oggi è in crisi. Il contributo al Pil dell`amministrazione pubblica in Sicilia è pari al 35%, contro il 13% della Lombardia. C`è un`economia parassitaria fatta di rendite, assistenza e clientele, che blocca lo sviluppo del settore privato.
Come reagisce l`imprenditoria siciliana alla crisi dello stato clientelare?
Ha capito che le tentazioni consociative del passato rischiano di distruggere anche i pezzi sani dell`economia produttiva.
Ritiene che la crescita passi da più mercato e più rispetto delle regole. Le imprese sanno che la crisi è stata un acceleratore dei cambiamento e cercano di contrapporre alla visione di una dimensione pubblica ipertrofica l`idea che il mercato sia il luogo dove si produce ricchezza.
E la politica?
Questa consapevolezza è presente solo in una minoranza della classe politica. La maggioranza pensa che il vecchio modello di riferimento sia ancora la risposta alle contraddizioni economiche e sociali dell`isola. Ma l`idea di riprodurre in eterno il sistéma assistenziale-clientelare rischia di portarci all`implosione del sistema.
Cosa chiedono alla politica gli imprenditori siciliani?
La presa d`atto che una fase storica s`è chiusa. Se non cambia la visione culturale, anche singole buone riforme nonmutano lo scenario. Penso alla crisi delle ex municipalizzate comel`Amia (la società per i rifiu- ti del Comune di Palermo, ndr), che non è un caso isolato ma l`effetto delle contraddizioni ormai insanabili del sistema.
Le riforme già fatte debbono servire a ricostruire un nuovo modello di amministrazione imperniato sul dimagrimento di una struttura pubblica pervasiva e sul recupero dell`idea di mercato. Pensiamo agli iter autorizzativi della Regione. Le imprese si confrontano con sistemi paese in cuilaburocrazia e la qualità degli amministratori sono fattori di competizione. Ma come possiamo competere se da noi prevale ancora l`intermediazione parassitaria? Questa svolta non ha bisogno di denaro, non è un problema di spesa.
Bisogna semplificare le procedure amministrative, liberare i mercati, capire che ricchezza e posti di lavoro si creano con risorse private e non con clientele`e flussi di precari.
Crede nella capacità di autoriforma della politica?
La consapevolezza che auspichiamo fatica a emergere. Però l'alternativa è il pericolo concreto di un`implosione anche del sistema politico. Abbiamobisogno di una classe politi- ca che guardi al lungo periodo, ai mutamenti internazionali che coinvolgono la nostra regione e non pensi a massimizzare il ritorno clientelare.
Però anche le imprese hanno le loro responsabilità...
Senza dubbio. Il mondo imprenditoriale ha creduto di trovare un vantaggio nel sistema assistenziale. L`intermediazione capillare è stata a suo modo un elemento di selezione distorto delle aziende.
Nessuno è indenne da responsabilità. Il problema è che oggi una parte maggioritaria del mondo imprenditoriale si rende conto che questo sistema è insostenibile, mentre una parte del mondo politico fatica a maturare questa nuova consapevolezza.
Che ruolo gioca Cosa nostra nella resistenza al cambiamento?
L'imprenditoria mafiosa, oltre che un problema etico, è una grande questione economica. La mafia condivide con pezzi della classe dirigente la stessa cultura della rendita e dell`intermediazione parassitaria. Per questo è un grande ostacolo al cambiamento.


