Scapagnini e la sua Giunta hanno mal governato e lo scontento è percepibile ovunque.
La città ha come rinculato: meno intraprendente l'imprenditoria locale, in fase di stanca gli investimenti nazionali ed internazionali, bloccati i percorsi di riforma e modernizzazione dei principali servizi pubblici, non è stata messa in cantiere alcuna idea nuova.
Paradigmatica la vicenda del Piano Regolatore Generale: al contrario di quanto si era fatto in precedenza, le decisioni sul futuro assetto urbanistico della città sono state sottratte alla discussione del Consiglio comunale ed alla partecipazione democratica della città. Se ne sa poco, e di quel poco si capisce ancor meno; mentre si fa fumo con la manovella a proposito di progetti futuribili come il waterfront.
Anche sul terreno della coscienza civile c'è qualcosa che stride: mi ha dato i brividi, per esempio, il dibattito che la scorsa estate si svolse sul muretto a proposito della tortura.
Eppure è la stessa Catania che ha partecipato attivamente alle lotte per la pace, ha sostenuto i lavoratori della Cesame che difendevano il posto di lavoro, ha decretato il successo dei candidati dell'Ulivo alle Europee.
La contraddizione giace nel ventre molle di una città che è stata per troppo tempo prigioniera di pratiche consociative che soffocavano le sue forze migliori.
Per questo, per vincere e governare bene non basta approfittare degli errori degli altri, né mettere l'uomo giusto al posto giusto, ma è necessario un progetto qualitativamente alto e trasparente nelle finalità.
La rottura della consociazione e la lotta contro il clientelismo furono l'elemento dirompente della sindacatura Bianco. Tuttavia il patrimonio di credibilità ereditato da quell'esperienza, ed oggi rinvigorito dal risultato del 12 e 13 giugno, va riempito di contenuti che guardino al futuro ed abbiano diretto e percepibile riferimento ai bisogni della gente.
Bisogna riconquistare i ceti sociali ed il territorio sui quali il centrodestra ha fondato le sue fortune. L'esempio è rappresentato dai tanti ragazze e ragazzi che a Librino ed in altri quartieri popolari si stanno impegnando per insegnare ai loro coetanei che la democrazia è innanzitutto capacità di conquistarsi il diritto ad un avvenire che non dipenda dal favore impetrato al potente di turno.
Penso, poi, alla ricchezza di intelligenze che esiste nella nostra Università e che rischia, in molto casi di essere obbligata ad andare via.
O,ancora, ai cosiddetti ceti medi riflessivi ed alla borghesia delle professioni che, per citare Indro Montanelli, "hanno voluto provarlo" e pagano ora in prima persona lo scotto dei fasti del berlusconismo.
Serve un progetto alto, che abbia respiro e visibilità, ma soprattutto sia condiviso e coinvolgente; un progetto da costruire attraverso una capillare partecipazione popolare.
Il valore aggiunto che possiamo offrire a Catania è che si voti non per "qualcuno" ma per "qualcosa", cioè per un'idea di cambiamento radicale che si proponga, sul terreno della concretezza dell'amministrare, obiettivi certi ed esigibili .
Bisogna, insomma, guardare al nuovo, senza aver paura di abbandonare lidi conosciuti e rassicuranti.
Forse Colapesce lo ricorda ancora: molti (troppi, ahimè) anni fa in un Liceo catanese si discusse a lungo se introdurre l'assemblea degli studenti o rieleggere il Comitato Studentesco. La maggioranza non volle abbandonare il certo per l'incerto: fu eletto un Comitato, rapidamente travolto dal vento possente che spazzò il mondo della Scuola. Era il 1968, ma la lezione vale ancor oggi.
05/07/2004


