istituzionale e sociale della storia parlamentare repubblicana del Paese.
Confindustria, Bankitalia, le gerarchie ecclesiastiche, cioè alcuni tra i poderosi pezzi che costituivano il blocco sociale su cui si è retto, e in parte ancora si regge, la destra, dinanzi ad un governo che ha riaperto drammaticamente il conflitto sociale, lacerato le coscienze, diviso malignamente le generazioni e dimostrato l'incapacità di affrontare i problemi, oltre che una barbara incultura istituzionale, hanno via via preso le distanze e cominciato a riannodare un rapporto con il centrosinistra.
Al tempo stesso la maggioranza si lacera, si incrina irrimediabilmente come un cristallo. Era nell'aria, gli scricchiolii sono divenuti sordi fragori.
Mutano dunque gli equilibri e il centrosinistra deve così prepararsi al governo. Ma in quali condizioni? Ha lasciato di sasso all'indomani del voto, Nonostante l'indubbia vittoria, la ripresa della stucchevole querelle su contenitori e leader. Incomprensibile per gli elettori e rischiosa per noi tutti: l'indebolimento della leadership di Romano Prodi.
Per tale ragione i Comunisti italiani hanno subito imposto l'alt. Il futuro premier del centrosinistra è e sarà Romano Prodi, nessun altro gioco sarà accettato ai danni della coalizione e del suo leader, perché bisogna chiudere quella terribile ferita del 1998. La questione deve spostarsi pertanto sul piano dei rapporti interni alla coalizione e dei contenuti, e dunque dei programmi. È su questi punti che bisogna abbandonare ogni diplomatismo e parlare il linguaggio della verità in una fase delicata della vita politica, economica e sociale del Paese. .
«La verità è cosa popolare, forse plebea, manda cattivo odore, sta agli antipodi delle buone maniere ed è diametralmente opposta al tono della buona società», così scriveva a cavallo tra Settecento e Ottocento Paul-Louis Courier straordinario polemista, campione di un laicismo che già allora, come ora, era virtù rara e poco apprezzata contro l'oscurantismo e la stolta ignoranza della Restaurazione.
Per vincere occorrono due ingredienti: unità e programma. L'unità dovrà essere la più larga, la più forte, la più salda. E ciò accadrà quanto più ci sarà lealtà e rispetto tra le varie forze, evitando tentazioni egemoniche, e la tendenza a vivere le differenze come impacci e fastidi piuttosto che come ricchezza della democrazia e forza di una coalizione. Il voto delle europee e ancor più quello amministrativo hanno detto che se si è uniti si vince e si è uniti se c'è la sinistra, con le sue idee, con i suoi valori, con la sua tradizione, insomma con la sua identità.
E partendo appunto dalla consapevolezza che l'alleanza è di centrosinistra, l'unità si persegua soprattutto con la chiarezza dei contenuti, dunque il programma. Questo è l'ingrediente più delicato, quello che se non ben dosato fa storcere il naso anziché far apprezzare la pietanza. E dunque, alla malora quegli ipocriti lamenti di alcune forze politiche di far passare l'idea di un centrosinistra ferreamente controllato e condizionato dai comunisti.
Occorre proporre ai laici, ai riformisti, ai cattolici democratici, agli elettori di sinistra che tante di quelle infami riforme devono essere cancellate (dalla legge 30 alla riforma della scuola di Letizia Brichetto in Moratti, dalla riforma sulla ricerca scientifica alla legge sulla fecondazione assistita). Ma non perché lo chiedono i comunisti. Ma perché il modello di società a cui vogliamo guardare non è affatto il modello aziendalistico di Berlusconi.
Occorre un linguaggio comune del centrosinistra per costruire una società fondata sulla partecipazione democratica e popolare piuttosto che sull'autoritarismo plebiscitario; sui diritti piuttosto che sui privilegi dei potenti; una società in cui abbia piena cittadinanza la solidarietà piuttosto che la paura, l'egoismo, le pulsioni xenofobe. È venuto insomma il tempo di un nuovo patto sociale con gli italiani e di un vero ammodernamento del Paese, in cui la modernità non si declina con cancellazione dei diritti e con l'ulteriore indebolimento di larghi strati sociali.
Non vi è alcun estremismo in ciò, nessun piglio eversivo, ma l'aspirazione a vivere in un mondo appena migliore, occorre una politica forte e, come suo presupposto, una capacità di stringere alleanze. E la sinistra, quella seria, responsabile mi vien da dire la vera sinistra senza quegli aggettivi oggi di moda (radicale, antagonista, ecc.) ha in Italia una solida tradizione nella pratica di una sana politica delle alleanza. Non dice bugiardamente che non accetterà mai alcun compromesso, ma lavora perché il compromesso sia più accettabile perché il più avanzato possibile, nell'interesse dei lavoratori e dei più deboli .
I ballottaggi avvenuti nella provincia di Catania hanno dato un altro chiaro risultato. Gli elettori hanno scelto e dimostrato di aver metabolizzato il bipolarismo. Dopo il fallimento di Democrazia Europea di Sergio D'Antoni, hanno ora cancellato i tentativi di sperimentazione di una nuova stagione di neomoderatismo trasversale. Niente da fare: o di qua o di là. E con buona pace di alcuni finti moderati, liberali che, cerchiobottisti, stando a destra, istericamente continuano ad additare il pericolo comunista, ai moderati non resta che dividersi sulla base dei programmi, dell'adesione a valori, tradizioni, visioni della politica e società tra centrodestra e centrosinistra.
Tanti, comprese forze politiche moderate, che avevano creduto al centrodestra sono stati umiliati dalla concezione padronale, autoritaria della politica e della società italiana che lì alligna, ma ancor più disillusi dalla miserrima cultura di governo: a questi porte aperte nel centrosinistra, ma nella chiarezza.
A Catania è già tempo di lavoro. Si avvia mestamente alla fine l'esperienza Scapagnini sotto il segno del «Pistacchio» e occorrono forza, idee, ingegno per ridare dignità e slancio a questa città, che ha già cominciato a scuotersi dal torpore dell'ubriacatura della destra.
L'intero centrosinistra discuta de mille problemi insoluti, dei temi della città, dello sviluppo sostenibile, dell'innovazione, delle politiche culturali, degli strumenti di partecipazione popolare al governo, apra alla società, ai movimenti, all'associazionismo, agli ordini professionali, ai soggetti produttivi.
Ma non si divida sul leader. Non occorre, abbiamo voltato pagina.
*Segretario regionale PdCI
29/06/2004


