
Idea Catania. Questo incontro nasce dichiaratamente come impegno per una ricerca: ricerca di futuro. Da dove partire? Credo sia bene spiccare il volo muovendo dalla salda e dura roccia della verità storica e facendo leva sulle ali di un sano realismo. Niente omissioni e niente illusioni, dunque. Ecco: il nostro viaggio può cominciare da qui, da questa breve premessa. Vedremo dove si sbarcherà. Ce lo diranno Enzo Bianco e Nello Musumeci assieme agli altri protagonisti di questo pomeriggio.
Per quanto mi riguarda, prendo l'avvio da un particolare. Qualche settimana fa, proprio a cavallo fra il nuovo e il vecchio anno, una notizia, non so se più amara o beffarda, ha messo a confronto Milano, quella vera, a Catania, la città alla quale Guido Piovene più di cinquant'anni fa appiccicò l'etichetta di Milano del Sud. La notizia era questa. In base ai dati fiscali più aggiornati, risultava che Milano, quella vera, era la città più ricca d'Italia, con un reddito annuo pro capite di quasi 31 mila euro, e che, agli antipodi di questa significativa graduatoria, si collocava la ex Milano del Sud, ultima appunto, con un reddito annuo pro capite di 18 mila 600 euro.
Anche se, da parecchi anni ormai, le classifiche economiche, sociali, ambientali, prodotte periodicamente da istituzioni, giornali e istituti di ricerca, ci hanno abituati a vedere costantemente in coda le aree del Mezzogiorno e della Sicilia in particolare, quest'ultima "maglia nera" attribuita a Catania è stata, in qualche misura, una sorpresa per tutti, perché nessuno, nemmeno il più pessimista degli osservatori, poteva supporre che la situazione catanese fosse precipitata fino a questo punto. Certo: si può ipotizzare che le indicazioni provenienti dal fisco siano il prodotto di un alto tasso di evasione, più che di un reale livello di povertà complessiva. In ogni caso, però, il quadro che emerge è quello di una città in crisi: una città impoverita in termini economici o in termini di civismo, ovvero in entrambi i sensi.
E' evidente, insomma, che i danni del declino sono gravi. E non tutti, purtroppo, affiorano alla consapevolezza comune. Alcuni sono visibili e misurabili e li conosciamo perché sono percepibili anche da chi preferisce tenere gli occhi chiusi. L'elenco è lungo: i disastri finanziari del Comune, il dilagare dell'abusivismo, il perenne caos del traffico, le strade sporche e dissestate, l'emarginazione delle periferie, i servizi sociali sempre più carenti o assenti, il trasporto pubblico inadeguato, le opere di interesse generale che si fermano o si prolungano per irregolarità o disfunzioni di varia natura, l'insondabile ritardo del piano regolatore, le dispute su corso Martiri della Libertà, la Tarsu lievitata oltre il tollerabile, l'area aeroportuale squallidamente inospitale, la triste condizione in cui versa da mesi il teatro Massimo Bellini, la disoccupazione che aumenta, il piccolo commercio che annaspa, l'emigrazione, soprattutto giovanile, che ha ripreso a gonfiarsi, eccetera eccetera.
A tutto questo, non sempre riconducibile a responsabilità locali, è giusto rilevarlo, si aggiungono i danni immateriali che deprimono ulteriormente il panorama. Penso soprattutto alla progressiva perdita di identità che ha accompagnato l'inesorabile scivolamento di Catania lungo i fianchi franosi del degrado. Chi può dire oggi che cos'è veramente Catania? Qual è il suo profilo complessivo, il suo identikit più autentico? Città entrata nella modernità o città arretrata? Immaginifica o mediocre? Colta o primitiva? Ironica o torva? Innocente o mafiosa? Bella o mostruosa? Generosa o avida? Solidale o individualista? Metropoli o informe agglomerato provinciale? Tante domande, forse non tutte giuste e appropriate. E una sola risposta: Catania non ha più certezze perché non si riconosce più in nessuno dei modelli che hanno formato nel tempo la sua antropologia e, dunque, la sua identità. Tutto superato, tutto cancellato. E il nuovo, per ora, altro non è se non un enorme vuoto, che attende di essere riempito.
E proprio in questa sindrome così vasta e complessa si può rintracciare l'origine di alcune delle patologie più subdole che affliggono nel profondo l'anima della città: l'imbarbarimento dei costumi, la rassegnazione al peggio, l'indifferenza diffusa, testimoniata anche dalle i vicende elettorali che, nell'ultima occasione, hanno visto la maggioranza dei cittadini premiare le formazioni politiche responsabili dei deragliamenti amministrativi. Non un segno di discontinuità, non un indizio di maturità e di responsabile consapevolezza: tutto, in questo tempo di smarrimento, si presenta con la stagnante immobilità di una palude.
Fuor di metafora, come si dice, il quadro è davvero sconsolante. E non credo di essere un catastrofista o un disfattista. Mi limito a constatare quel che accade e si vede attorno a noi. E tuttavia non dispero: non sono, non voglio essere un pessimista. Anzi: sono convinto che sarebbe un errore esiziale proiettare le ombre di questa lunga notte civile sul futuro della città. Anche perché non ignoro che, nella sua storia, Catania ha ripetutamente dimostrato una straordinaria capacità di superare le congiunture avverse e persino di risollevarsi dai disastri che la natura le ha più volte inflitto. E sono altresì consapevole che l'intraprendenza, il dinamismo, la tenacia, il coraggio, l'immaginazione hanno costituito il patrimonio antropologico dei catanesi.
Questo patrimonio - ne sono certo - può essere recuperato, rivitalizzato. Catania possiede ancora molte risorse inutilizzate e altrettante potenzialità inesplorate per risalire la china. Ma a una condizione: che la società civile e la società politica prendano coscienza, piena coscienza, di tutti i mali che si sono accumulati in questi anni, di tutti gli errori che si sono consumati per l'insipienza di una parte consistente delle classi dirigenti succedutesi al governo della città e prevalentemente dedite a stendere reti clientelari sempre più avvolgenti. E' da qui - a mio parere - che bisogna partire per individuare il percorso della rinascita. Non vedo alternative né ci sono scorciatoie.
Chiaramente, la bussola di questo incontro è orientata verso il domani, verso la ricerca - lo ripeto- di un domani da costruire. E proprio per questo, mi sembra opportuno sottolineare questo concetto metodologico: per puntare con efficacia all'obiettivo di una corretta elaborazione politico-culturale proiettata verso il futuro, è prima necessario fare fino in fondo i conti col passato. Era Kierkegaard, se ben ricordo, a sostenere che la vita va vissuta in avanti, ma va capita all'indietro. Come dire: la storia maestra di vita. E, se tutto questo è vero, è utile fissare alcuni punti fermi della storia cittadina degli ultimi decenni. Rapidamente, molto rapidamente e sommariamente, rifacciamo a ritroso questo percorso a tappe, per trarne la lezione necessaria.
Catania è uscita dalla guerra ferita come tutto il Paese. Ma dopo la fase della sofferenza e della rabbia, culminata nel devastante rogo di Palazzo degli Elefanti, essa ha trovato la forza per guarire e crescere. La spinta è stata formidabile, ma il boom degli Anni ‘50 e ‘60, purtroppo ha prodotto un risultato imponente solo in termini quantitativi. Lo sforzo della ricostruzione e dell'espansione, infatti, non è stato assistito da un adeguato supporto culturale, il solo strumento in grado di dare qualità al nuovo realizzato in quel periodo cruciale di rilancio.
A questa fase di prorompente e disordinato rinnovamento della struttura urbana, si sono accompagnati due fenomeni che hanno avuto un notevole impatto sociale: da un lato il progressivo dilatarsi del ruolo cinicamente centralistico della politica, una politica tanto avida di tessere e di voti quanto povera di ideali; dall'altro la formazione di grandi gruppi industriali che, generati dal settore edilizio e poi velocemente sviluppatisi attraverso un processo di possente diversificazione produttiva, hanno rivelato alla distanza di essere minati alla base da alcuni fattori di debolezza strutturale: primo, l'insufficiente livello formativo di un management troppo familiare e familistico per essere moderno; secondo, lo stretto rapporto col potere politico, rapporto che veniva regolato da una logica di scambio strettamente legata al sistema degli appalti; terzo, la collusione col potere mafioso dettata da motivi di sicurezza ma in, qualche caso, innervata anche dalla atavica condivisione di forti istinti primitivi, in cui si riconoscevano tanto i boss quanto i colletti bianchi di un capitalismo naif, quale fu prevalentemente quello catanese.
In un simile clima politico e con un simile tessuto economico, le sorti di Catania non potevano avere esiti diversi da quelle che hanno avuto. La marcia verso il precipizio è stata inarrestabile: prima l'imperversare del Leviatano nato nella giurassica provetta della mafia, che ha terrorizzato la città imponendole il prezzo sanguinoso e umiliante dei cento morti all'anno; poi, l'esplosione di tangentopoli, che nella versione siciliana ha assunto parzialmente i connotati di una mafiopoli, determinando il crollo degli imperi economici sorti nel dopoguerra. E la città si è spenta e piegata. Fino al crollo.
Ma, inaspettata, ecco poi una luce. Preceduta da una breve promettente parentesi laica di Enzo Bianco, 1988-89 , che interrompe, con l'aiuto di Marco Pannella, il dominio conflittuale della diarchia DC-PSI, arriva pochi anni dopo la svolta: si apre la vera e propria epoca Bianco lanciata dalla legge che, sull'onda travolgente di Mani pulite, introduce nel nostro sistema politico-istituzionale l'elezione diretta del sindaco. Siamo nel 1993 e Catania riscopre all'improvviso il piacere della catanesità, in un fervore di ritrovato orgoglio e di spontaneo senso dell'efficienza e della legalità.
E' questo il benefico effetto delle innovazioni amministrative, apparentemente piccole, sostanzialmente rivoluzionarie, introdotte dall'amministrazione Bianco. Niente grandi opere, niente progetti faraonici, ma una sagace, sistematica, ordinata opera di ristrutturazione amministrativa finalizzata a individuare gli strumenti adatti a promuovere e conseguire lo sviluppo, soprattutto creando le basi e le occasioni per rendere più competitivo il territorio, aumentandone le capacità attrattive ai fini degli investimenti. E la città risorge, mentre la grande stampa parla di "modello Catania". Sembra un miracolo. Ed è soltanto il trionfo di una sonante, magnifica normalità, perseguita con l'arma di una moderna concezione culturale della politica .
Si forma - ed è decisiva - l'alleanza fra pubblica amministrazione, università e industria, un'alleanza triangolare incarnata da Enzo Bianco, dal rettore Enrico Rizzarelli e da un grande manager internazionale, Pasquale Pistorio, il siciliano leader della St Microelectroniscs.
L'altro elemento qualificante di quella fervida stagione è fondato sull'armonia, lo spirito costruttivo, il mutuo rispetto fra le istituzioni: da un lato il sindaco Bianco, dall'altro il presidente della Provincia Nello Musumeci, che, anch'egli eletto direttamente dai cittadini e anch'egli animato da un'idea dinamica e moderna dello sviluppo, è stato l' altro principale protagonista di quella fase feconda della storia catanese.
E qui, in questo felice contesto, mi piace ricordare l'opera tenace e coraggiosa allora dispiegata dalla Provincia per ottenere l'attivazione dell'imponente complesso delle Ciminiere, che, strappato a un paralizzante groviglio giudiziario, ha arricchito Catania di una struttura espositiva, museale e congressuale, che da allora continua a svolgere una funzione di alto valore culturale.
Due uomini diversi e politicamente lontani, Bianco e Musumeci, ma uniti di fatto dal senso della responsabilità comune e dalla comune volontà di operare per il bene della collettività.
Il "modello Catania" funziona, all'incirca, fino al Duemila. All'alba del nuovo secolo tutto cambia e precipita per una serie di cause che sarebbe inutile riepilogare, per la ragione che i loro effetti appartengono ancora alla nostra bruciante quotidianità.
Ora siamo chiamati a trovare, insieme, la strada di un nuovo rinascimento della città. E occorre il contributo di tutti. L'impresa non è facile, quasi superfluo ricordarlo. Ma non è impossibile. Le difficoltà sono enormi ed è proibito sottovalutarle. Come è proibito dare credito e spazio ai ciarlatani che promettono l'avvento prossimo venturo di una novella città del sole. Non è tempo di chiacchiere e di fantasie velleitarie, come quelle che ci vengono propinate da chi - politico o giornalista che sia- pretende di presentarci come progetti quelli che sono solo sogni o fandonie.
Fatti: ci vogliono fatti. Ma attenzione: non basta realizzare qualche rotatoria o sistemare qualche piazza per ridare slancio a una città, per restituirle la fiducia, per migliorarne la qualità della vita, per consegnarla a una prospettiva di prosperità. Che fare, dunque? Certo non tocca a me indicare un programma di opere e interventi. Ritengo - questo sì- che l'elenco delle carenze, appena accennato, fornisca già un quadro delle cose da farsi. E tuttavia sono convinto che ci voglia dell'altro. Ci vuole una classe dirigente dotata di una visione autentica della modernità nelle sua varie, complesse articolazioni. Ci vuole una classe dirigente che non creda solo nel cemento come unica risposta ai bisogni di una comunità. Catania si risolleverà se saprà accompagnare le opere di cui ha bisogno con l'assunzione di nuove consapevolezze, che si identificano essenzialmente con un preciso paradigma: cultura, efficienza, legalità, democrazia. Democrazia vera. E lavoro, tante opportunità di lavoro. Ovviamente non so se e quando tutto questo potrà avverarsi.
Per ora prendiamo atto del fatto che, appena poche settimane fa, qualcosa di importante è già accaduto. Penso all'accordo raggiunto da ST Microelectronics, Enel e Sharp, i tre giganti dell'industria e della tecnologia che hanno deciso di fare di Catania il centro europeo del fotovoltaico. Un evento che rilancia l'Etna Valley, figlia benedetta del tempo in cui l'industria poteva contare su un saldo patto di collaborazione con il Comune e l'Università.
Un buon inizio del 2010. Come è buon segnale questo incontro fra Enzo Bianco e Nello Musumeci, organizzato dall'ultra-benemerita associazione Pandora. Non diversamente da dieci o quindici anni fa, Bianco e Musumeci sono su posizioni politiche distanti l'una dall'altra. Ma sono entrambi uomini di buona volontà disposti a parlarsi, a misurarsi con le armi di una leale dialettica. E siate certi che, in questa iniziativa, non c'entra affatto quella vaga e strana creatura chiamata partito dell'amore, che, per quanto riguarda la mia personale sensibilità, evoca più il mondo effimero e struggente della povera Moana Pozzi che quello di una sorprendente fraternité fiorita nei luoghi aspri della politica. Qui oggi siamo in un luogo di confronto, confronto costruttivo. Qui oggi, per gentile concessione dell'università, si fa semplicemente politica, buona politica. Così è se vi pare.
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