
A seguito della bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale, con chiaro intento punitivo la maggioranza parlamentare ha riportato in auge il tema della riforma costituzionale della giustizia, in stallo nei mesi precedenti la sentenza della Corte.
"L'obiettivo della riforma è quello di riportare in perfetto equilibrio i piatti della bilancia della giustizia, adeguando anche la Costituzione alle esigenze di efficienza e modernità di una democrazia compiuta", ha dichiarato il Ministro della Giustizia Alfano in una recente missiva pubblicata su Panorama.
Quali i punti di riforma che il ministro, e con lui la maggioranza, sbandierano come prioritari per realizzare questo "perfetto equilibrio dei piatti della bilancia" ?
Innanzitutto la separazione delle carriere. Cosa vuol dire separazione delle carriere? La maggioranza ne parla continuamente senza che nessuno si preoccupi di spiegarne il significato a chi non abbia un minimo di competenza giuridica. Separare la carriera dei giudici da quella dei pubblici ministeri significa separare la struttura organizzativa della magistratura requirente, cui fanno capo i PM, da quella della magistratura giudicante,cui fa capo il giudice. Ciò implica due diverse strutture a determinare incentivi e carriere di magistrati inquirenti e giudicanti e, in particolare, una mal celata sottoposizione dei pubblici ministeri al potere esecutivo. In altre parole i giudici continueranno a giudicare mentre i pubblici ministeri, attualmente magistrati anche loro, diventeranno "avvocati dell'accusa". Mi spiego meglio: oggi il nostro ordinamento prevede che il pubblico ministero, ogni qualvolta riceva una notizia di reato, sia obbligato a prenderla in considerazione ed indagare per scoprire la colpevolezza o innocenza dell'indagato. Infatti ,ai sensi dell'art.358 del codice di procedura penale, il PM ha il dovere di svolgere "altresì accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini". Solo nel caso in cui si convinca nel senso della colpevolezza sosterrà l'accusa mentre, in caso contrario, ha il dovere di chiedere al GIP l'archiviazione delle indagini. Il nostro ordinamento prevede, quindi, una sorta di doppio filtro: prima un magistrato PM che accusa solo quelli che ritiene colpevoli e che chiede di archiviare le indagini per quelli che ritiene innocenti; e poi un magistrato giudice che (tra quelli ritenuti colpevoli dal PM) condanna solo coloro che anche lui ritiene colpevoli e assolve quelli che ritiene innocenti. Se, con legge costituzionale, venisse modificata la Costituzione ed introdotta nel nostro ordinamento la separazione delle carriere, il Pm non sarebbe più un magistrato, come tale soggetto solo alla legge ed autonomo ed indipendente da ogni altro potere, ma un avvocato: il suo cliente sarà lo Stato ( o meglio il Governo) e il suo compito sarà quello di difendere le tesi dello Stato davanti ai giudici, proprio come l'Avvocatura dello Stato che sostiene le tesi che il suo cliente, il Governo, le chiede di sostenere. Non sarà più obbligato ad indagare per scoprire se l'accusato è colpevole o innocente, si limiterà ad accusare davanti al giudice chi lo Stato (Polizia, CC, GdF) gli dice di accusare. E' questo quel che il Ministro Alfano o il Premier intendono quando sui giornali affermano che l'intento della riforma è quello di realizzare "la perfetta parità tra accusa e difesa": non maggiori strumenti per la difesa, ma meno garanzie per l'imputato. Se, infatti, il PM è l'avvocato dell'accusa e si limita ad accusare chi la polizia gli indica come colpevole, senza prima indagare per escluderne l'innocenza, è chiaro che graverà integralmente sul difensore il compito di dimostrare tale innocenza. Un cittadino innocente in possesso degli strumenti economici per permettersi un buon difensore riuscirà ugualmente, o si spera, a dimostrare la propria innocenza davanti al giudice. Per un cittadino innocente che, invece, non può permettersi un avvocato che paghi un investigatore per svolgere le contro-indagini difensive, sarà ben più difficile dimostrare la propria innocenza e smontare le tesi di un avvocato dell'accusa che non ha più il dovere preliminare di indagare per accertare la sua colpevolezza. Sarebbe così tutelata l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge?
Anche queste argomentazioni stanno alla base di una ‘raccomandazione' approvata il 30 giugno 2000 dalla Commissione anticrimine del Consiglio d'Europa: "Gli Stati, ove il loro ordinamento giudiziario lo consenta, adottino misure per consentire alla stessa persona di svolgere le funzioni di pm e poi di giudice, e viceversa", per "la similarità e complementarietà delle due funzioni". L'Europa si ispira al modello di giustizia italiano e il governo italiano cosa fa? Con ferrea logica cerca di sbarazzarsene.
Sulla medesima via si colloca l'intento di rendere discrezionale l'azione penale. Attualmente l'art. 112 della Costituzione stabilisce che il PM ha l'obbligo di esercitare l'azione penale. Si tratta di un corollario del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge di cui all'art. 3 della Costituzione: nel momento in cui il pubblico ministero riceve una notizia di reato da parte della polizia o è investito dalla denuncia di un pubblico cittadino, non può ignorarla e deve procedere in ogni caso. Tale principio assicura l'indipendenza ed imparzialità del potere giudiziario, la sua soggezione alla sola legge.
Cosa significa riformare l'art. 112 della Costituzione?
Significa introdurre un elemento di discrezionalità nell'esercizio dell'azione penale attraverso l'individuazione, operata dal parlamento, e quindi, di fatto dalla maggioranza parlamentare, dei reati da perseguire in via prioritaria.
In sostanza, sarà il Parlamento ad indicare, con regolari scadenze, ai titolari dell'azione penale quali condotte perseguire e quali no, il che significa che il potere politico potrà condizionare il sistema della giustizia penale, fino al punto di determinare un'impunità di fatto per condotte che pure sono penalmente sanzionate.
E' facile immaginare che, per come funzionano le cose in Italia da un po' di tempo a questa parte, sarà ben difficile che la maggioranza parlamentare preveda che reati che le sono abituali (corruzione, frode fiscale, falsi in bilancio, peculati etc.) siano processati in via prioritaria. E' opportuno segnalare l'insidioso tentativo di intrecciare il tema della discrezionalità dell'azione penale con le ben note carenze del sistema giudiziario italiano che, spesso, hanno la conseguenza di rendere virtuale il principio di cui all'art.112 della Costituzione. Le disfunzioni dell'amministrazione della giustizia italiana, in primis quella penale, costituiscono ormai un triste luogo comune: tempi eccessivi tra un'udienza e l'altra, carenza cronica di uomini e risorse, scarsa attenzione per le vittime del reato, inaccettabile gestione burocratica del servizio. Ma a tali problemi dovrebbe essere data una risposta mediante una riforma che tocchi alcuni profili della legislazione penale, prevedendo. ad esempio, una seria ed efficace depenalizzazione di quanto non merita più, per coscienza comune e per effettive esigenze sociali, la tutela penale, e che incida sui meccanismi dell'organizzazione giudiziaria, riorganizzando le risorse ed adeguandole all'effettiva domanda di giustizia. Una riforma, insomma, che miri a rendere effettivo il principio di obbligatorietà dell'azione penale, non ad eliminarlo. Ma è evidente che sono ben altri i fini che si vogliono celare con la promessa di una maggior efficienza della macchina giudiziaria ed una più effettiva tutela della collettività e dei singoli.
Tali epocali riforme della Costituzione rappresentano la tappa finale di un processo già avviato con la riforma del processo penale pendente in Parlamento. Approvare la parte della riforma del processo penale che prevede una maggiore autonomia della Polizia Giudiziaria e una limitazione dei poteri del PM significa bloccare all'origine l'azione penale: oggi il pubblico ministero dirige e coordina la Polizia Giudiziaria, ha in mano l'azione penale, la propulsione delle indagini. Riceve le notizie di reato dalla Polizia, dalla Guardia di Finanza, dai Carabinieri e li delega ad andare avanti con le indagini ma può anche prendere autonomamente le notizie di reato, ordinando alla Polizia Giudiziaria di indagare, ad esempio, su una notizia letta su una giornale. Ebbene, l'intento è far sì che il PM non possa più esercitare autonomamente l'iniziativa penale ma debba aspettare che sia la Polizia a portargli le notizie di reato. Come? Modificando l'art. 55 del codice di procedura penale (La polizia giudiziaria deve, anche di propria iniziativa, prendere notizia dei reati) sostituendolo con il seguente: "La polizia giudiziaria deve prendere di propria iniziativa e ricevere notizia dei reati". Dov'è il problema? Sta nel fatto che, mentre il PM è indipendente da ogni altro potere e soggetto solo alla legge, la Polizia dipende dall'esecutivo, risponde agli ordini di un ministro e alle scelte politiche del Governo: sarà in sostanza il potere esecutivo, attraverso la Polizia, a decidere come, quando e quali notizie di reato debbano arrivare sulla scrivania del pubblico ministero.
Emerge, a questo punto, in tutta la sua evidenza l'obiettivo delle riforme tanto care al Ministro Alfano e alla maggioranza: indebolire il potere giudiziario, svuotarlo della sua imparzialità ed indipendenza dagli altri poteri dello Stato, in primis da un esecutivo che vive come una persecuzione l'attività dei magistrati. Che giustizia è questa?
Una giustizia sottomessa alla politica, una giustizia che rende i cittadini diseguali di fronte alla legge: una giustizia che rappresenta un sostanziale arretramento per uno Stato di diritto e un grave rischio per la democrazia di questo paese.
Un disegno di minori garanzie per tutti i cittadini, di minore libertà per l'intera società, di maggiore autoritarismo di un potere insofferente ad ogni controllo.
Tale disegno non può però essere realizzato "a colpi di maggioranza" ma deve necessariamente passare da una modifica della Costituzione, il che richiede, ai sensi dell'art.138 della Costituzione, una legge che sia adottata da ciascuna camera con due successive deliberazioni e che sia approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.
In assenza di tale maggioranza qualificata, la riforma costituzionale della giustizia potrebbe essere sottoposta a referendum costituzionale, che è proprio quel il Premier e i suoi ministri, memori dell'esito del referendum costituzionale sulla devolution del 2006 e visti i tempi lunghi necessari per il referendum e l'assenza di quorum, vorrebbero evitare.
Per disegnare la sua idea di giustizia senza scontrarsi contro il probabile muro del referendum, Berlusconi e i la sua maggioranza hanno bisogno dell'opposizione.
Il Partito Democratico ha, quindi, un ruolo decisivo in merito alla riforma della giustizia: ha il potere/dovere di difendere la Costituzione da un progetto che mira a demolire due dei suoi pilastri fondamentali: l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e l'autonomia ed indipendenza del potere giudiziario, che del primo principio costituisce presupposto indispensabile. Di fronte a tali intenti non può esserci dialogo né confronto che tenga. La Costituzione è una cosa seria. Il neo eletto Segretario del Partito Democratico lo sa bene.


