
Fra tanti elementi di opacità, alcuni punti di chiarezza sono individuabili. Il primo, il più marginale, rivela che chi ha scritto l'articolo sul periodico "Magma" non sa che il verbo uscire è intransitivo e, pertanto, non può reggere un complemento oggetto. Maria Puglisi, poverina, scrive:" Fiumefreddo potrebbe essere la candidatura che Raffaele Lombardo potrebbe uscire dal cilindro chiudendo definitivamente ogni partita sul prossimo sindaco". La prossima volta, se vuole prodursi in una proposizione analoga, adoperi il verbo estrarre (oppure tirar fuori) al posto del verbo uscire. Capito? La prossima volta, insomma, scriva così: "Raffaele Lombardo potrebbe estrarre (o tirar fuori) dal cilindro la candidatura Fiumefreddo" eccetera. Non è difficile nemmeno per chi ha poca familiarità con la lingua tramandataci da Alessandro Manzoni. E uno.
Secondo elemento di chiarezza: è evidente che Maria Puglisi, poverina, ha composto il suo scritto stando (metaforicamente, solo metaforicamente) in ginocchio: in ginocchio davanti a lui, davanti al mirabolante Fiumefreddo. E dev'esser stata una grande fatica, perché nessun giornalista si trova a suo agio quando deve operare in stato di soggezione. E, benché non ne conosciamo le qualità, siamo certi che Maria Puglisi, poverina, avrebbe preferito svolgere il suo compito in condizioni meno umilianti. Invece, la sua prosa la mostra impietosamente sottomessa agli ordini di scuderia o soggiogata dal magnetismo fasullo del suo interlocutore. Così, l'impressione che se ne ricava è che ella abbia scritto sotto dettatura. Ci dispiace per lei. Ma forse un po' più di coraggio e di autonomia di giudizio le gioverebbe.
Ciò detto, il magmatico articolo di "Magma" è un guazzabuglio di ipotesi, interpretazioni, parzialità, omissioni e tanta disinformazione: un pasticcio avvolto nella confusione, un dozzinale spot confezionato con mezzi artigianali, un rovinoso doppio salto mortale sulla pedana della più smaccata propaganda. Da questo groviglio, comunque, emerge (ecco un altro elemento di chiarezza) la volontà, da parte di chi ha promosso e assecondato questa operazione, di lanciare nel cielo sciroccoso di Catania il missile-Fiumefreddo, di costruire un fantomatico eroe da fumetto, di trasformare un mediocre acrobata del potere nel Cid Campeador della politica catanese.
Bisogna riderne o piangere? Così come la pone "Magma", la questione dovrebbe esser seria se è vero, com'è vero, che tutto il discorso è racchiuso sotto un impegnativo e ingombrante interrogativo. Che è questo: "Chi ha paura di Fiumefreddo". Già: chi ha paura? Al momento la risposta è semplice: possono aver paura solo i cretini. Domani si vedrà.
Questa campagna di marketing politico sembra avere un preciso obiettivo: la conquista di Palazzo degli Elefanti. Inguaribilmente ambizioso o velleitario, Fiumefreddo vuol fare il sindaco. E si promuove in tutti i modi. Qualche volta esagera e, senza avvedersene, sfiora il ridicolo. Come quando , in una delle sue dichiarazioni a "Magma", sentenzia con solenne banalità: "Io privilegio il fare mentre Stancanelli è un leader politico e quindi preferisce gli equilibri politici". Se fosse ancora fra noi, Max Weber si direbbe ammirato da cotanto pensiero.
Secondo il suo più recente repertorio di guitto della politica, l'ottimo penalista Fiumefreddo se la prende anche con Enzo Bianco. A proposito del quale dice: "Bianco, da eterno candidato sindaco, teme la crescita di concorrenti. Dovrebbe rassegnarsi e prendere atto che rappresenta il vecchio". Tanta acidità si spiega col fatto che Fiumefreddo ha un ego smisurato che lo schiaccia fino a fargli perdere spesso la dimensione di sé e della realtà. Così non capisce o dimentica che è politicamente vecchio soprattutto chi si ispira al passato adottando modelli condannati dalla storia, qual è, per esempio, il trasformismo. E chi più di lui, nel panorama politico catanese, ha voltato tante volte gabbana? E usualmente accade che, mentre salta da un fortilizio all'altro, pretende di ribaltare anche le verità storiche. Eccolo dunque impegnato, ancora sulle pagine di "Magma", nel tentativo di negare il valore della sindacatura Bianco, che fece di Catania un modello positivo di amministrazione, riconosciuto a tutti i livelli politici, istituzionali e culturali. Eppure c'è stato un tempo in cui Fiumefreddo era di tutt'altra opinione. Oggi "spara" su Bianco, ma nessuno escluda che domani potrebbe nuovamente cambiare idea.
La diagnosi è semplice. Fiumefreddo è un uomo intelligente, ossessionato da un protagonismo senza limiti, che lo porta a strafare e soprattutto a sopravvalutarsi. Diciamolo più efficacemente in slang: si tratta, puramente e semplicemente, di un "casinista" travolgente.
Vogliamo riassumere la sua biografia di uomo pubblico? E' stato assessore di Scapagnini e si è ribellato contro Scapagnini, che lo ha infatti espulso dalla Giunta anticipandolo nel disegno di una clamorosa dimissione. Ha continuato la guerra a Scapagnini raccogliendo a Catania migliaia di firme per farlo cadere dalla poltrona di sindaco. Poi lo abbiamo visto in televisione abbracciare il professor Umberto come si fa con un vecchio amico. Ancora: ha denunciato il caso di un omosessuale perseguitato in carcere, ma lo scandalo si è sgonfiato ingloriosamente. Ha, inoltre, partecipato, su "La Sette", a una puntata del programma di Ilaria D'Amico "Exit" che si occupava di alcune inquietanti circostanze elettorali catanesi e, nell'ansia di difendere il partito di Lombardo, è passato disinvoltamente dalla iniziale minaccia censoria di un ricorso alla Procura all'entusiastica esaltazione dei valori della libertà di stampa.
Ma il meglio di sé - è un modo di dire - lo ha dato quando gli è stato affidato il ruolo di sovrintendente del Teatro Massimo Bellini. Qui è stato un autentico tornado. Promozioni, punizioni, scontri sindacali, minacce di sciopero, conflitti di competenza, reclutamenti di esperti, malumori, applausi e fischi: sullo sfondo di una inconfessata contrapposizione politica, è successo di tutto. Un direttore artistico, il maestro Stefano Ranzani, è stato cacciato via perché a un certo punto il sovrintendente ha scoperto che il contratto che egli stesso aveva negoziato e sottoscritto era troppo oneroso. Un altro direttore artistico, Paolo Buonvino, è arrivato ma ha preferito rinunciare all'incarico pochi mesi dopo. Poi le dimissioni da sovrintendente e il ripensamento con il conseguente ricorso al Tar. Il quale Tar, dopo una decisione sfavorevole al sovrintendente, ha deciso di riportare al suo posto il dimissionario pentito. Oggi Fiumefreddo e il sindaco Stancanelli, presidente di diritto del Teatro, non comunicano fra di loro. E il futuro del Teatro, i suoi programmi e soprattutto la sua situazione finanziaria sono un'incognita carica di preoccupazioni.
Questo è tutto. E, alla fine, torna l'interrogativo cruciale: chi ha paura di Fiumefreddo? Se è vero (ma è vero?) che egli può essere il prossimo sindaco di Catania, sarà tutta Catania che dovrà interpellarsi e preoccuparsi. In attesa che i clan del centrodestra si mettano d'accordo e facciano la loro scelta, è a dir poco deplorevole che la maggiore istituzione artistico-culturale catanese venga usata dalla politica, una certa politica, come campo di allenamento demagogico ed elettoralistico in cui addestrare e far crescere una candidatura. Pratiche del genere sono incompatibili con le regole più elementari della civiltà democratica. Ma Catania è ancora un normale territorio democratico?


