
Tutti i giornali osservano la regola di riservare uno spazio, più o meno ampio, ai messaggi dei lettori. E’ una buona consuetudine che permette alle redazioni di avere un quadro abbastanza fedele degli umori e delle aspettative prevalenti nell’opinione pubblica. Le lettere che riempiono le colonne dei giornali sono utili anche perché suppliscono spesso alle distrazioni, agli errori o, peggio, alle colpevoli omissioni che generalmente si verificano in tutti i media. Grazie ai contributi diretti dei cittadini, inoltre , i giornali sono messi nelle condizioni di individuare e valorizzare molti di quei bisogni e di quelle situazioni, che, essendo minimali seppur non privi di interesse pubblico, raramente richiamerebbero l’attenzione della stampa.
Anche La Sicilia, naturalmente, offre alla collettività questa opportunità. Da qualche anno la rubrica si intitola “Lo dico a La Sicilia”. E come tutte le rubriche di questo genere, anche questa può contare su qualche lettore che è così assiduo da diventare nel tempo un collaboratore di fatto della testata. Questi “volontari dell’informazione” sono attivissimi, attenti, qualche volta anche brillanti. Dei benemeriti, insomma, anche se, di tanto in tanto, c’è qualcuno che deraglia. Come il Saro Pafumi, che certo non si risparmia nel dispiegare il suo vasto repertorio di “tuttologo”.
Su La Sicilia del 25 giugno scorso il Pafumi si è esibito in una acrobatica lettera che gli ha procurato un brutto ruzzolone sulla pedana della logica politica. Ha scritto che, a ruoli rovesciati, il tanto vituperato “editto bulgaro” equivale all’atteggiamento tenuto da “una certa componente” della Commissione di vigilanza della Rai sul caso-Minzolini, cioè sul caso del nuovo direttore del Tg1, il quale ha preso l’iniziativa di “oscurare” tutte le notizie riguardanti l’inchiesta della magistratura di Bari, inchiesta che, sulle orme di un faccendiere e di alcune belle figliole (il Pafumi le difinisce lolite), porta dritto a una delle residenze private del presidente del Consiglio.
Traboccante di amore per l’imperatore Berlusconi e gonfio di rancore per la malvagia sinistra, il Pafumi si abbandona a giudizi e confronti imbarazzanti. E, allora, è d’uopo (ma sì, ispiriamoci a Totò) fargli osservare che:
1°) l’editto bulgaro di Berlusconi produsse l’allontanamento di Michele Santoro, e non solo di Santoro, come egli scrive, ma anche dell’attore Daniele Luttazzi e del grande Enzo Biagi;
2°) Augusto Minzolini non ha perduto né perderà il posto di lavoro;
3°) l’intervento della Commissione di vigilanza Rai è conforme ai suoi compiti istituzionali e corrisponde quindi all’esercizio di un potere legittimo che le appartiene mentre Berlusconi non aveva alcun titolo per chiedere e imporre la “punizione” di Biagi e degli altri, tutti accusati di avere fatto un uso “criminoso” del mezzo televisivo (è così che “delicatamente” si espresse, allora, il primo ministro);
4°) la completezza dell’informazione , assieme all’obiettività, è da sempre uno dei capisaldi irrinunciabili della professione giornalistica, almeno fino a quando il progetto Alfano, con il previsto “sì” della maggioranza in Parlamento, non impedirà ai giornalisti di riferire su questioni giudiziarie ancora in itinere.
Il risultato finale e complessivo di queste notazioni è che il Pafumi ha fatto una certa confusione, mettendo insieme e sullo stesso piano un atto di arbitrio e prepotenza (l’editto bulgaro) e un atto compiuto in forza di una regolare competenza parlamentare (l’iniziativa della Commissione di vigilanza Rai). Non contento di questo pastrocchio, poi, mostra di disapprovare il comportamento di chi critica il potere esercitando il diritto alla libertà di espressione sancito dall’articolo 21 della Costituzione e nello stesso tempo di approvare chi, come Minzolini, difende invece il potere nascondendo le notizie. Null’altro. E allora, si stia bene, signor Pafumi. E continui pure la sua simpatica collaborazione a La Sicilia. Ma sia più cauto e meno settario quando si avventura su certi terreni. Diversamente rischia di fare la figura del pirla. E non si offenda se uso questa colorita espressione. Pirla – si sa- è una voce del vocabolario lombardo che, in quanto tale, più risuona nei luoghi santi del berlusconismo, di cui lei è così devoto. Ebbene, l’impiego che ne sto amabilmente facendo è l’ omaggio che le rendo prima di salutarla.


